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Confessioni

L'amico di mio figlio - Seconda parte

di Liana

Qualcuno di questo forum vuole sapere cosa e' successo dopo il fattacio con "lui", il compagno di scuola di mio figlio dopo i miei fieri proponimenti di aprire il libro con mio marito e di scongiurare cosi’ ogni ulteriore increscioso episodio.

E io muoio dalla voglia di raccontarlo.

Io ero furiosa e determinata a vendicarmi (anche se non sapevo come: umiliandolo? spaventandolo con l'intervento di mio marito?), ma anche "lui" (avrei scoperto dopo) riteneva di avere un conto in sospeso con me. Insomma eravamo in guerra e ci stavamo preparando ad affrontarci.

E si sa che, spesso, i fattori che determina l’esito di un conflitto sono la rapidita’ e l’imprevedibilita’ ben piu’ che la potenza d’urto delle truppe.

Cosi’ mentre io passavo i giorni a trovare le parole giuste per confessare a mio marito la sequenza di situazioni taciute culminata in quel fattaccio, “lui” preparava il suo secondo attacco, rapido, imprevisto e quindi micidiale.

E se la mia auto fu il terreno dove “lui” articolo’ le mosse iniziali della sua prima, vittoriosa incursione, fu ancora l’auto che lui scelse come teatro di operazioni per il secondo e decisivo assalto.

Fu sul mio parabrezza, infatti, che trovai, intrappolata sotto il tergicristallo una splendida rosa bianca con un biglietto avvolto sul gambo. Il testo, manoscritto in bella grafia, era il seguente (letterale, possiedo ancora l’originale):

“Vorrei che accettasse questo fiore assieme alle mie piu’ sentite scuse per l’ignobile comportamento. Non ho attenuanti se non la mia giovane eta’ e la sua irresistibile bellezza. Massimo”.

-Si, il fiore. Sto teppista…” pensai fra me e me. Poi pero’ mi sentii meglio. Gli equilibri si stavano ristabilendo. Il ragazzino nonostante la sua sfrontataggine percepiva che forse stavolta l’aveva fatta troppo grossa e cercava goffamente di riparare.

- Bene, cosi’ va meglio. Ma comunque faremo i conti, caro il mio delinquente – pensai. Mi rimpossessavo di nuovo del mio ruolo di adulto che deve decidere se dispensare punizione o perdono al ragazzino colpevole.

“Lui” non invio’ altri messaggi ne' tento' di contattarmi per telefono.

Era passato quasi un mese dall’episodio del ripostiglio. Cominciavo a pensare che forse non era il caso di parlarne a mio marito e che tutto sarebbe rimasto sepolto sotto la coltre dei rispettivi sensi di colpa.

Era da poco scoppiata l’estate. Quel periodo meraviglioso in cui il sole splende caldo per 12 ore al giorno e le spiagge si riempiono solo al fine settimana.

Come tutte le signore delle citta’ di mare, avevo gia’ cominciato con puntiglio le sessioni di abbronzatura di inizio stagione.

Mi trovavo tutti i giorni con il solito gruppo di amiche e, come spesso accadeva quando il mare era sporco a riva, io e una di loro noleggiammo un moscone col quale ci portammo in prossimita’ del magnifico isolotto che emerge di fronte a quel tratto di costa, a poche centinaia di metri dalla battigia.

Era tarda mattina e il mare era quasi deserto. Vogammo a turno sino a doppiare l’isolotto.

Improvvisamente un fischio richiamo’ la nostra attenzione. Un altro moscone si stava velocemente avvicinando a noi.

Mantenni la mia posizione sul prendisole senza voltarmi verso l’imbarcazione.

La mia amica ai remi l’aveva di fronte e scrutava curiosa per capire chi fosse sul moscone in arrivo.

Poi disse qualcosa come –Oh mio dio! E’ lui!-

-Lui chi? – chiesi incuriosita voltandomi a guardare anch’io.

- Lui Sergio – disse emozionata come una ragazzetta. L’amica di cui parlo e’ molto piu’ giovane di me, ha una trentina d’anni, e’ divorziata e come tante divorziate ha perso ogni fiducia nel genere maschile al quale ormai riconosce solo funzioni di svago (sesso). Questo Sergio era un dei suoi sogni erotici, sogno che, per sua stessa ammissione, aveva spesso accarezzato, ma mai osato trasformare in speranza.

Lui e’ un bel ragazzone, tipico prodotto del vivaio pallanuotistico della mia citta’, un tempo conteso dalle locali aspiranti veline, ora un po’ in declino.

Erano ormai a tiro di voce.

- Ehi Mara! Com’e’? – saluto’ Sergio, in piedi sul prendisole in fronte a chi vogava.

- Ciao Sergio – miagolo’ Mara –cosa ci fai qui?-

-Ti ho visto da lontano cosi’ ho deciso di raggiungerti per salutarti.-

Il moscone era ormai vicinissimo e il tipo alla voga lascio’ i remi per voltarsi anche lui verso di noi. Un brivido mi scorse lungo la schiena.

“Lui”, voltato verso di noi, non parlava, sembrava esclusivamente occupato a controllare che il suo moscone sull’abbrivio non urtasse il nostro.

Ero nel piu’ totale imbarazzo e disappunto, per cui non trovai niente di meglio che trincerarmi dietro un noncurante atteggiamento e nel piu’ ostinato silenzio.

La conversazione procedette per qualche minuto alimentata esclusivamente da Mara e Sergio.

Non percepii un granche’ delle loro chiacchere perche’ il tumulto di rabbia e preoccupazione nel mio petto soverchiava ogni altro suono.

Una cosa pero’ la percepii: con la scusa di una garetta di voga fra equipaggi misti, Sergio stava proponendo a Mara di scambiare il posto con “lui”.

Quell’oca non se lo fece ripetere due volte e, prima che io potessi pronunciare il mio rifiuto, lascio’ il nostro moscone con un agile tuffo e raggiunse l’altro in poche bracciate.

“Lui” fece altrettanto e afferro’ uno scafo del moscone su cui mi trovavo prima che io potessi portarmi ai remi per tentare la fuga.

Sergio e Mara erano gia’ piuttosto lontani e procedevano di gran carriera nel chiaro tentativo di perdere contatto.

“Lui” sali’ a bordo senza dire una parola. Considerai l’ipotesi di tuffarmi e guadagnare la costa nuotando, ma data la distanza la scartai immediatamente.

“Remo io” fu la prima frase che pronuncio’ Avvicinandosi a me.

-Non mi toccare – dissi schivandolo e precipitandomi sul prendisole.

“Lui” non rispose e inizio’ a vogare guardandomi. Il suo odioso sorriso apparve di nuovo sul suo volto.

“Portami a riva, sbrigati” dissi dura, senza guardarlo.

Lui continuo’ a vogare con la stessa indolenza, in silenzio.

Poi disse:

- Mi dispiace che tu la prenda cosi’..-

- Taci! –lo interruppi- ho detto portami a terra, non voglio altro, percio’ taci.-

Per tutta risposta aumento’ il ritmo della voga. Ma non verso terra.

-Ma dico! Parlo arabo? Ho detto che voglio andare a riva! Gira sto moscone!-

“Lui” continuo’ per alcuni minuti ignorandomi, la riva ora era decisamente lontana.

A quel punto disse:

- Senti, credo che tu abbia capito che non scherzo. L’hai capito o no che non sono il tipo che si intimorisce per i tuoi sbraiti. Quindi se ti va di parlare civilmente, mi trovi nell’umore giusto, altrimenti se ti va di vedere chi e’ il piu’ forte vada per la rissa.-

Non risposi, e volsi lo sguardo altrove, ma cominciavo a pensare che forse era meglio stare sul terreno delle parole piuttosto che provocare un corpo a corpo.

“Lui” prosegui’:

- Se mi lasci parlare, volevo dirti che mi dispiace e ti volevo anche chiedere scusa per il mio comportamento-

-Non c’e’ scusa che tenga- dissi dura sempre senza guardarlo.

- Non mi aspetto che tu mi possa perdonare – disse serio – ma almeno considera che sono giovane e i giovani si sa sono impulsivi e poi… tu sei cosi’ bella , quella sera eri splendida e io ho letteralmente perso la testa -

le sue parole cominciavano a sciogliere la fragile roccia del mio risentimento gia intaccata dal messaggio floreale di qualche giorno prima.

-Ma ti rendi conto della mancanza di rispetto con cui hai agito?-

- Si, si, me ne rendo conto- fece lui serio –ma e’ stato piu’ forte di me e…-

-Senti - feci io come per tagliar corto – mettiamoci una pietra su e adesso andiamo a riva-

“Lui” viro’ docilmente e con ritmo blando inizio’ a vogare verso terra.

-Pero’ una cosa devi ammetterla – ricomincio’ dopo un paio di minuti di silenzio. Io taqui.

-Ti e’ piaciuto una cifra (o qualcosa del genere, nell’attuale gergo degli adolescenti)-

Taqui ancora.

-E poi, se ti ricordi ci siamo baciati. Parecchio-

-E allora? – feci io voltandomi verso di lui.

- E allora vuol dire che un po’ ti piaccio, non puoi negarlo-

- Madonna santa, ma lo vuoi capire che sono una donna sposata e che potrei essere tua madre?-

- Non hai risposto alla mia domanda-

-Che domanda?-

-Dico, un po’ ti piaccio-

- No, non mi piaci-

-Da come godevi mentre ti sditalinavo…-

-Piantala di dire oscenita’- gli ordinai seccamente

-Sai che ripensando a quei momenti mi sta venendo duro come una pietra? Guarda-

La situazione stava volgendo al peggio per cui feci un tentativo di riportare la conversazione su temi meno pericolosi.

- Avevi detto di voler conversare civilmente-

-Eppoi mi devi un orgasmo- fece lui ignorando il mio invito.

-Cosa ti devo?- chiesi facendo finta di non capire.

-Un orgasmo. Quella sera tu sei venuta, e alla grande anche, e io no-

-Non voglio parlare di queste cose!- feci stizzita

-Dai, cosa ti costa? - fece lui smettendo di remare e avvicinandosi a me

-Per favore fai il bravo e non ricominciare- pregai

-Non ti preoccupare non ti tocco –disse lui sedendosi sul prendisole accanto a me –ma dimmi cosa ti costerebbe accontentarmi-

-E’ una cosa che non voglio fare, sono una donna sposata, ho il doppio della tua eta’, non voglio. Ci sono tante belle ragazze, giovani, tu sei un bel ragazzo, sei sveglio. Ma dico perche’ ti sei messo in testa sta cosa.-

-Non lo so cosa sia- fece lui- ma il fatto e’ che non riesco a toglierti dalla mia mente, penso sempre a te-

-Ma e’ una cosa che non puo’ essere, devi capirlo. Sforzati di non pensarci-

-Ok – fece lui- ce la mettero’ tutta, ma tu oggi sii buona. Aiutami a rilassarmi. Guarda.-

e mi mostro’ l’erezione mal celata dal costumino minimo.

--Non posso, non mi sento..- dissi senza convinzione.

-Andiamo – fece lui- sono cosi’ su di giri che ci vorra’ un attimo. Basta che lo tocchi e vengo ed e’ tutto finito-

Lui nel frattempo si era fatto vicinissimo. Aveva estratto il suo membro dallo slip e adesso tentava di cingermi le spalle con un braccio.

Io mi divincolai dall’abbraccio e restai in silenzio impaurita. Ero di nuovo in una situazione simile a quella del ripostiglio, ma questa volta per di piu’ in mezzo al mare. Avrei potuto gridare sino ad esaurire il mio fiato senza che nessuno avrebbe udito qualcosa.

Lui afferro’un mio braccio all’altezza dell’omero, lo strinse sino a farmi male e disse: ti sto proponendo una via d’uscita, trenta secondi ed e’ tutto finito e torniamo sani e salvi a riva. O preferisci forse lottare.-

Detto questo fece per afferrarmi anche con l’altra mano al che’ io guardandolo fisso negli occhi gli dissi quasi implorante:

- Ma poi mi lascerai in pace?-

-Promesso- fece prendendomi la mano e portandola sul membro.

Mi parve lunghissimo, non grosso ma insolitamente lungo.

Accompagno’ la mia mano in un lento movimento periodico e il suo respiro si fece subito piu’ profondo. Poi lascio’ che proseguissi da sola appoggiandosi con i gomiti dietro di se sul piano del prendisole.

Il sole era caldo, il mare attorno a noi deserto.

La sua asta si ergeva come un corno dal cespuglio dei peli pubici.

La magrezza del suo corpo semidisteso e i suoi fianchi stretti ne enfatizzavano le dimensioni.

Io giacevo al suo fianco ed eseguivo il massaggio con una mano.

Lui mi guardava con gli occhi socchiusi e mi diceva che ero brava che ci sapevo fare che l’avrei fatto godere in pochi secondi.

Mi inginocchiai per poter usare entrambe le mani. Con una stringevo il suo glande mentre con l’altra continuavo il massaggio alla base del pene la cui pelle tesa lasciava trasparire ogni sua vena. Dal folto di suoi peli, l’odore del sudore e della salsedine raggiungevano le mie narici e mi inebriavano. Mi chinai su di lui e lo baciai alla base, vicino ai testicoli.

Lui gemette, poi poso’ delicatamente una mano sulla mia guancia e mi tiro’ verso di lui facendo forza sulla mia nuca. Porto’ anche l’altra sua mano sul mio viso e mi bacio’. Risposi al bacio con violenza. Le nostre lingue tornavano ad intrecciarsi e io sntivo il mio ventre ardere di desiderio.

Lui mi sdraio’ al suo fianco, mi libero’ del reggiseno del costume da bagno e prese a tormentare i miei capezzoli con le sua lingua e delicatamente con i denti.

Poi mi bacio’ ancora e poi scese in un bacio diffuso, passando dal collo alla gola, dalle spalle alle ascelle, fin giu’sul mio addome. Affondo’ la sua lingua nell’ombellico e poi procedette nella sua discesa verso i miei fianchi, l’interno delle cosce per poi convergere li, sul mio pube che morse delicatamente da sopra il costume.

Poi lo sentii scostare con le dita gli slip per far posto alla sua lingua che mi parve rovente quando entro’ in me strappandomi un urlo. Lo afferrai per i capelli mentre lui ruotava la sua lingua all’interno della mia vagina.

Mi inarcai sul prendisole per agevolarlo mentre mi sfilava le mutandine del costume e rimasi, cosi’,completamente nuda mentre lui rituffava il suo viso fra le mie cosce riprendendo il suo caldo massaggio con la lingua. Cerco’ il mio clitoride con le labbra, lo afferro’ mordicchiandolo e poi prese a succhiarlo con forza mentre sentivo un suo dito penetrarmi e cercare quel punto dietro il mio osso pelvico che mi aveva fatto esplodere in un travolgente orgasmo durante il nostro primo incontro.

Il lieve ondeggiare della barca e le fitte di piacere che “lui” mi infliggeva mi ubriacavano.

Poi lui lascio’ il mio ventre per tornare a baciarmi. Sentii il gusto e l’odore dei miei succhi.

Lui era sopra di me, fra le mie gambe divaricate. Lo vidi portare la sua mano verso il suo membro nel tipico gesto di chi si accinge a dirigere il pene verso la penetrazione.

Radunai quel po’ di volonta’ che mi restava e gli dissi:

-No, questo no…-

-Dai non fare la stupida… - sussurro’ lui, ma con dolcezza.

- No, senza preservativo non voglio. E poi non sto prendendo niente.. E’ pericoloso-

-ok, lasciami solo appoggiare la punta, ti prego solo un istante- imploro’ e nel contempo sentii il suo glande fra le labbra della mia vagina.

-non entro- diceva- se non vuoi non entro, ma lascia che si conoscano, lo senti come si desiderano?…-

Ruotava la sua asta con la mano con cui la reggeva strusciano il suo glande contro le mie piccole labbra in un movimento rotatorio che mi toglieva il respiro.

Percepivo il suo afrore maschile che promanava dalle sue ascelle. Ero assolutamente stordita dal godimento e dall’eccitazione.

-Chiavami, ti prego, chiavami – lo implorai

Lui mi penetro’ qualche centimetro, non di piu’. Solo il suo glande era dentro di me e comincio a pomparmi con lenti e corti movimenti dentro-fuori.

Era troppo, davvero. Le fitte di piacere ora si facevano insopportabili. No basta, non lo sopportavo.

-Basta, basta -gli dicevo spingendo le sue spalle contratte come acciaio.

L’orgasmo stava travolgendomi e lui avvertendo le mi prime contrazioni vaginali affondo’ completamente la sua asta con un unico lungo, deciso movimento dei fianchi.

Sentii la punta del suo pene spingere dolorosamente sul collo del mio utero. Sentii la sua colonna di carne riempirmi completamente e venni, credo urlando come una pazza, sicuramente cadendo semi-svenuta.

Quando mi ripresi lui era ancora dentro di me, immobile.

Bacio’ teneramente i miei occhi socchiusi, le mie labbra e poi riprese a pomparmi lentamente.

I sui movimenti si fecero via via piu’ convulsi. Lo sentii ruggire mentre completava il suo orgasmo con colpi violenti e profondi che mi fecero male. Ovviamente mi venne dentro.

Restammo avvinghiati, l’uno nell’altra per parecchi minuti. Eravamo entrambi in un bagno di sudore. Lui si sfilo’ in silenzio e si tuffo’ per lavarsi.

Lo seguii. Poi sempre in silenzio risalimmo a bordo, lui ai remi io sul prendisole e ci avviammo verso riva. Quando fummo a qualche centinaio di metri daal siaggia, ma non ancora distinguibili dai bagnanti lui mi lascio’ i remi e si tuffo’.

-Ti chiamo io – disse.

-Quando?- chiesi io, ma lui aveva gia’ preso a nuotare con ampie bracciate verso riva.

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