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Fotoracconti erotici

Breve flirt - I
di Valentina Suazo

Guido come un automa fino all’incrocio, e poi oltre, girando dietro la scuola per imboccare il piazzale e parcheggiare in fondo, vicino all’ingresso della villa dismessa. Aspetto passeggiando lenta lungo il ciglio erboso in cui l’asfalto svanisce, come ogni altro giorno degli ultimi mesi trascorsi dal nostro primo incontro, che Gregorio arrivi percorrendo l’ultimo tratto di quella sorta di vicolo cieco a motore spento, per forza di inerzia, semplicemente. Una forza così diversa da quella che in realtà lo spinge a recarsi ad ogni mio appuntamento.
Lo chiamo e lui accorre pronto, entusiasta di esaudire i miei desideri e capricci.

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Questo pomeriggio ho indossato un semplice paltò nero fumo sopra la lingerie bianco avorio, per assottigliare i confini con la mia nudità, tanto che ad ogni passo le falde del cappotto si aprono scoprendo le calze e le giarrettiere. Continuo il mio andirivieni fino a quando sento il fruscio delle ruote lente sulla strada. Lui si avvicina piano a bordo della BMW, sterzando leggermente per affiancarmi e lanciare uno sguardo d’intesa.

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Mi muovo verso l’auto sbottonando il paltò con gesti metodici, aprendolo per mostrarmi allo sguardo dell’uomo cui mi sto offrendo. Lo guardo mentre si eccita nello scoprirmi quasi nuda, si spaventa perché non sa ancora cosa voglio chiedergli di fare, ma freme dalla voglia di fare qualunque cosa io gli chieda. Mi piace terribilmente quel suo viso misto: la bocca schiusa quasi attendesse un bacio o cercasse una parola da pronunciare; l’incarnato color del latte, la massa di capelli scuri che lo incornicia come la cupa notte attorno alla pallida luna; gli occhi neri che ardono di desiderio e splendono di maliziosa innocenza.

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Mi sistemo sul sedile e resto muta. Lui tamburella con le dita sul volante, poi smette. So cosa sta aspettando, ma non parlo, non ancora. Gli piace la mia voce, nel silenzio – me lo dice sempre, quando può - , gli piacciono le sfumature dolcissime del mio tono acuto e leggero, una voce di cristallo e velluto, anche quando intimo ordini, sputo contumelie e volgarità, o semplicemente gemo e godo.

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Tolgo il cappotto e lo ripongo sul sedile posteriore, sgancio il corsetto che mi si apre sul seno continuando a trattenerlo un poco, aiutato dalle spalline elasticizzate. Raccolgo i capelli con le mani e li sollevo dietro la testa.

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“Parti.” – gli dico. E il suono di questa sola parola lo scuote, lo sento mentre serra i denti e contrae i muscoli per non eccitarsi oltre. Gira la chiave e mette in moto. Io rimango in quella posizione, le braccia sollevate, il capo reclinato verso il poggiatesta di pelle chiara che sento fredda sulle nocche delle mani incrociate all’altezza della nuca, il seno sollevato e quasi scoperto, le gambe accavallate.

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Manovra svelto e si immette nella strada principale, aspettando che gli indichi la direzione, una destinazione qualsiasi che oggi neanche io conosco. Gli dico di fare il giro della villa e tornare indietro, mentre sento su di me il suo sguardo eccitato, quello stupito e incredulo degli automobilisti che ci affiancano, dei passanti che ci incrociano lungo gli attraversamenti pedonali, ed entrambi i tipi mi gratificano più di mille mani che mi toccano e mi stimolano.

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Sento di essere sul punto di un orgasmo quando lui spegne il motore, lasciando che la BMW prosegua lungo il vialetto fino a fermarsi in fondo, con dolcezza.
Siamo di nuovo qui. Io placidamente distesa sul sedile dell’auto, lui ansimante e scosso dall’eccitazione. Se solo glielo permettessi mi prenderebbe subito. Ma non voglio che lo faccia, non adesso, forse dopo se ce la farà ancora.

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“Scendi.” – gli dico. Non è un invito né un suggerimento. E’ un ordine che lui esegue.
Chiude la portiera dietro di sé. Io abbasso la sicura.
Mi piace la sua macchina che odora di pulito, il profumo della pelle nuova dei sedili così morbida sotto di me. Mi sdraio ancora un poco sul sedile, allungo le gambe sul cruscotto e le allargo. Ho una gran voglia di toccarmi, e lo faccio. Comincio dai seni, scivolo giù lungo il tessuto del corsetto verso il ventre e il pizzo delle mutandine. Infilo la mano dentro, sento i miei peli scivolare e piegarsi sotto le dita, il rilievo delle labbra umide, il solco profondo della mia femminilità. Lui è fuori, in piedi, che mi guarda attraverso il vetro del finestrino e si masturba insieme a me. Gira intorno alla macchina continuando a toccarsi il sesso, si avvicina, ma non per vedere meglio, per sentire invece. Gli manca la mia voce, lo so, adesso che i miei gemiti aumentano, crescono di intensità come il bisogno di urlare che sto godendo. Muovo una gamba, piego una caviglia per usare il tacco come un dito compassionevole. Trovo il pulsante dell’alzacristalli e lo spingo con l’estremità della scarpa. Abbasso il finestrino di un paio di centimetri, sufficienti a far uscire la mia voce e liberare il suo orgasmo che piove sul vetro col rumore secco di una breve pioggia d’estate.

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