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La molle pesantezza delle sue membra squagliate contro il materasso, schiacciate su di me, mi opprime da troppo tempo. Questa pelle di una compattezza incredibile, quasi femminea, mi penetra sempre più a fondo nella carne, imputridendo come un cancro doloroso.
La noia di questa presenza, sempre uguale, silenziosa, appiccicosa come l’unto di una friggitoria, ha riempito, invadendo, le mie giornate, scandendo le ore nell’assenza di discorsi e contenuti invadendole invasivamente.
Un abbraccio, forse troppo stretto, che ha sempre posto fine ad ogni lite e ha creato un paio di mani immaginarie, paffute e morbide, sempre più strette al mio collo, degenerate in asfissia.
Da queste spire sono giunta al ribrezzo dell’abitudine e di quella mollezza così rassicurante. Un giorno ho pensato di poter vivere senza. Magari gelando nella notte dove il buio si concentra in quell’unico brivido fisso che rotola lungo la schiena, magari sola.
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