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"Bendarti", le dissi.
"Mi piacerebbe bendarti".
Lei non si mosse, piegò soltanto il labbro inferiore e ridacchiò: "Oh-oh. Interessante". Si passò le mani fra i capelli, perché l'idea in qualche modo la agitava, ma la eccitava al tempo stesso.
Difatti, subito dopo, cambiò posizione sul divano, e, mentre già cercava di divagare con argomenti assolutamente futili e battutine nervose, non potei non notare che la sua mente era ancora lì. Non fosse altro che aveva cominciato a giocare con la sciarpa pashmina che aveva il collo, un caso? una benda, mia cara, una benda vera e propria quella che accarezzi, che titilli, e su cui gli occhi continuamente si posano. Ho fatto centro, no?
"Bendarti. Stretta. Ma le mani no. All'inizio ti lascerei libera di fare. Solo gli occhi".
Lei si passò un dito, come per caso, tra palpebra, zigomo e contorno labbra. E gli occhi le si spalancarono.
"Perché le mani no?"
Ah, ma allora sei curiosa. Ma allora la cosa ti interessa davvero.
"Perché il gioco è mio, e decido io"
Lei ridacchiò ancora.
"Ti piacerebbe?"
MMh. Se la conosco bene, otterrò un 'mmh' di risposta. Lei è una che non si sbilancia. Né sì né no. Chissà di cosa ha paura, poi. Di compromettersi? Ehi piccola. Stiamo solo giocando.
"Mmh" rispose.
Appunto.
Mi avvicinai e lei, istintivamente, si irrigidì sul posto. Shhh.
Aspetta. Non è ancora il momento di spaventarsi. Le sfilai con un unico, lentissimo movimento, la sciarpina dal collo. Era seta, e mentre scorreva tra nuca e spalla, il tessuto finissimo - vidi - le regalò un fiorir di brividi sulla pelle, sul collo e sulle braccia nude. Di colpo si sentì spogliata, nonostante avesse addosso tre strati di indumenti.
"Hai freddo?"
Arrossì. "No, no"
Brava. Non ti sbilanciare.
"Alzati, facciamo una prova"
Lei ritrasse le manine a pugno, subito sulla difensiva, e assunse un'espressione allarmata.
"Dai, solo per provare la sensazione. Non ti tocco neanche, giuro"
Fece per alzarsi dal divano, ma si fermò, seduta, le mani ben pigiate sui cuscini laterali, come se di colpo il culo le pesasse.
"Alzati, dai, di cosa hai paura?"
"Paura, io?". Oh-oh. Che orgoglio. Che delizioso, pericolosissimo orgoglio. Mi sembra quella scena di Ritorno al Futuro. McFly...? Ti chiamerò McFly.
"La paura, non so neanche cosa sia" declamò alzandosi di colpo, con uno scatto che invece tradiva tutto il suo nervosismo. Troppo svelta. Shhh. Rilassati. Non abbiamo neanche cominciato.
"Ah, perfetto. Girati"
Di nuovo esitante. Bella mia, di 'sto passo, facciamo notte.
"Non ti preoccupare. E' un gioco. Non farò niente che tu non voglia. Puoi fidarti di me"
Si voltò.
Ci cascano sempre.
Le posai la sciarpina sugli occhi, con la delicatezza di un petalo che cade da un fiore. Gliela sistemai stirando le piccole pieghe del tessuto, poi la annodai, dolcemente, stringendo sempre più. I fiocchi del nastro, glieli lasciai cadere mollemente sulle spalle; ne presi uno, e come si fa con una piuma, le solleticai il mento e le labbra.
Con l'altra mano la tenevo salda per la collottola, mentre lei, ihihhi, rideva un po' stranita.
"Ora, facciamo un gioco" le dissi.
Lei aggrottò le sopracciglia.
"Vieni con me".
Mi seguì afferrandomi la mano, e si fece guidare attraverso le stanze. Oppose solo una certa resistenza quando sentì che aprivo il portone di casa. "Dove andiamo?"
Mi fermai, e la accarezzai sulla guancia e sul collo. "Ho dimenticato di dirti una regola. Tu non puoi fare domande".
Era ora il momento, per continuare o ritirarsi. Passato questo scoglio, non avresti più potuto contestare nulla, poiché accetti di far parte del gioco. Decido io le regole, e la prima che accetti, è il passepartout che apre tutte le porte. Perché hai compreso i ruoli e ti sei cucita addosso il numero di maglia, perché vuoi giocare, bella mia, e l'unico modo che hai per farlo è stare al gioco, nel ruolo che ti è stato assegnato, e dimostrare il meglio. Un'escalation di sfida, di competizione, vuoi che non sappia come ti senti? Quando hai addosso quell'adrenalina, quando sei sul trampolino del tuffo e i tuoi piedi stanno per staccarsi dalla base, il momento del salto, l'attimo prima, quel microsecondo prima che l'impulso nervoso partito dal cervello arrivi alla gamba, quel momento di pesantezza assoluta, in cui coraggio paura e attrazione si scazzottano dentro il tuo stomaco, quando sei lì con le farfalline nella pancia e dentro di te una voce dice: "Andiamo, su, e che sarà mai..." ma i piedi sembrano incollati, tutti si aspettano da te la grande prova, e senti che non ce la farai, poi un qualcosa scatta, è lì che si decide chi ha le palle e chi no, quando sarebbe troppo imbarazzante tornare a casa e raccontare: sì, tutto bene, finchè arrivati a un certo punto me la son fatta sotto... È ora il momento, per continuare o ritirarsi.
"Se non ti va, smettiamo" le buttai lì. Ma se ben la conoscevo, un ritiro a metà gara era uno smacco troppo grande per un'orgogliosa come lei.
"No, no, se è un gioco, giochiamo".
Ottima. Sei ottima. Aprii la porta e uscimmo in strada.
"E' strano sentire i rumori della città, senza vederla..."
"Ah, non ti ho detto un'altra cosa: tu non puoi parlare. A meno che io non ti interpelli"
Si imbronciò. Ma non disse niente. Continuò a camminare al mio fianco, mano nella mano. Girava la testa da una parte all'altra, seguendo le onde sonore del traffico, del chiacchiericcio dei passanti e di qualche cane che abbaiava. Pareva una brutta imitazione di Stevie Wonder. E cominciava, forse, ad avere paura di me.
Faceva bene.
Ma mi sentii in dovere di rassicurarla, giusto per evitare che il gioco si interrompesse sul più bello, che il suo timore prendesse il sopravvento e spezzasse l'incanto di quella favola cieca.
"Puoi sciogliere la benda quando vuoi, comunque"
Lei annuì. Non parlava più, come da comandi. Spettacolare.
Sì, lo so, che ti stai chiedendo dove stiamo andando e cosa faremo. Lo so. Per questo non ti dico niente, e ti confondo con frasi a caso, del tipo "ma guarda un po'...", oppure "ma pensa, una volta qui c'era un bar...". Non hai la minima idea di dove siamo, e se c'è gente oppure no. Lo so che ti turba l'idea di incontrare qualcuno che ti conosce, chessò, un capoufficio, la vicina di casa, la babysitter di tua sorella piccola, o forse, perché no, proprio tua sorella piccola, che è uscita con le amichette per un giretto serale, e alla quale hai un bel da spiegarle, dopo, a casa, cosa ci facevi bendata in mezzo alla via.
Lo so. E me la ridacchio. E tu senti che rido. E ti vien paura. E vorresti scappare. Ma non lo fai. Perché sei troppo orgogliosa.
Perché ammettere di aver paura adesso è peggio della paura stessa. E allora stai lì. Mi segui come un cane.
I passanti cominciavano a incuriosirsi. Fin troppo. Decisi che non era il caso di scorrazzare a lungo con una donna bendata a braccetto.
Qualcuno avrebbe anche potuto insospettirsi, e fare un paio di telefonate. Era il momento di passare all'azione.
Girammo per vicoletti e per strade secondarie, fino a lasciarci alle spalle il centro del viavai cittadino e raggiungere una zona residenziale di prima periferia, splendidamente isolata dal traffico e da sguardi curiosi. Lei taceva, camminava a piccoli passi, con la gonna lunga che le impediva un passo più svelto. Stringeva le labbra, avrà capito? Sul palmo appiccicoso della sua manina essudavano le mille domande che aveva in mente, e che non poteva formulare: dove siamo, che gioco è. La brezza serale aveva lasciato posto a un vero e proprio vento, l'acuminato rigore di una notte marzolina. Rabbrividiva, di freddo e trepidazione. Chissà quali fantasie ha in testa. 'Sta stronza.
"Siamo arrivati"
Non chiese dove.
"E ora ascolta" le dissi, particolarmente ispirato, facendola fermare e girandole attorno. La mia voce le arrivava da mille direzioni diverse. "Ti ho mai detto quanto mi piaci? Zitta, non rispondermi, non puoi. Sei unica. Sei bellissima. Mi affascini. Mi piace tutto di te. Mi piace la tua testa, ma sei anche attraente. Sei simpatica. Mi fai ridere. Sei sexy. Sì, mi piace il tuo culo, mi piacciono le tue forme. Sei fatta così bene. Mi piacciono i tuoi capelli" Li odorai forte. "I tuoi occhi, le tue mani. Le tue tette" Si irrigidì, cominciai ad accarezzarla dal collo slacciandole il cappotto. "Sei una favola, non ho mai incontrato nessun'altra come te" Il cappotto scivolò ai suoi piedi. "Sei uno splendore. Farei di tutto per te" presi posto di fronte a lei, cominciandola a baciare sul collo, tenendola strettamente per le braccia "Non devi rispondere al bacio. So che sono solo un amico per te" La baciai sulle labbra, che teneva fermamente chiuse. "E vedi" le dissi, mentre le passavo le mani sul culo, "è questo il problema. Tu mi hai classificato subito come amico. Quello con cui si può parlare. Quello con cui ci si può confidare. Quello a cui chiedere i favori. Dopo due giorni che ci conoscevamo, ero già un tuo amico. Che speranze potevo avere. E i tuoi due di picche, sempre a metà... "No dai stasera no, facciamoci due coccole, ma sesso no..." Valgo troppo poco, perché mi sia data una chance? Non ci hai mai pensato a me, in quel senso? Però hai continuato a provarci, a illudermi, a tuo modo" Fece per rispondere, le misi una mano sulla bocca. "Sì, non fare quella che casca dalle nuvole, tu mi dici: a letto no, però fammi un massaggino... tu mi dici: guarda, non è il momento, mi dai uno strappo a casa, mi fai questo e quello, ma poi non te la do, sai, è un momento che sono così confusa..." Lei stette immobile nel silenzio assoluto. Poi la mia voce la tagliò in due: "Sono CAZZATE".
Si liberò della mia mano sulle labbra (ma non della benda...) e rispose, con un tono a metà tra l'incerto e l'offeso: "Senti, ne abbiamo già parlato, io non sono una di quelle che..."
"No, tu invece sei proprio una di quelle. Una di quelle STRONZE che si è approfittata del fatto che mi piaci così tanto. Mi hai tenuto appeso a un filo per quanti mesi? Sempre con la vaga promessa, sempre a farmela desiderare da lontano. E io, lì, come un coglione" Le passai dietro, cingendole la vita e stringendole una mano sul collo.
"Finchè ieri, cosa vengo a scoprire?" La strattonai verso un cancello, e lì la inchiodai, la schiena contro le sbarre, il peso del mio corpo contro il suo. Lei iniziò a respirare forte. Non so come riuscii a estrarre dalla tasca le manette. Fu un movimento rapidissimo quello che la incatenò all'inferriata. Mi congratulai internamente per la mia abilità.
"Avevi detto: le mani no..." cigolò lei.
"Numero 1, non ricordo di averti dato il permesso di parlare. Numero 2, avevo detto: *all'inizio* le mani no. Ma allora non mi ascolti, stronza"
"Questo gioco non mi piace più"
"E invece a me sì... a me fa impazzire. Hai giocato tanto con me... potrò prendermi una piccola rivincita?" le chiesi, con la voce improvvisamente dolce. "Piccola, piccola? Eh?" Lei non fiatò. E il vento di marzo le scompigliava i capelli.
"Dicevamo... ieri vengo a scoprire..." sussurrai mentre iniziavo a slacciarle i bottoni della camicetta. Le palpai le tette intirizzite dal freddo. Lei scuoteva la testa da una parte e dall'altra. Avrebbe potuto tranquillamente prendermi a calci, difendersi in qualche modo, ma non lo fece. Era curiosa. Magari tutta questa mia iniziativa mi stava facendo guadagnare punti ai suoi occhi. Che fosse un po' zoccoletta, in fondo in fondo, lo sapevo. Intuivo anche che, all'inizio della nostra frequentazione, avevo sbagliato a trattarla con i guanti, a essere sempre così docile, così disponibile. Lei si era stancata presto, e aveva diretto la sua attenzione altrove. Che madornale errore che avevo commesso. Io ero stato catalogato subito come "l'amico", mentre lei, lei aveva bisogno di qualcosa di più brutale, di più deciso... che stupido, a non averlo capito prima... il problema è che io sono sempre, sempre, sempre così buono... Troppo buono. Me lo dicono tutti.
"vengo a scoprire..." ripetei, mentre le facevo saltare gli ultimi due bottoni della camicia. Ebbe un sussulto.
"vengo a scoprire..." mentre le calavo la gonna con un colpo secco, scoprendo che indossava le autoreggenti. Meraviglia! Premetti con forza il pacco contro di lei, e iniziai a scostarle le mutandine, mentre le alitavo in faccia le stesse tre parole, leccandole a scatti la bocca.
"vengo a scoprire..." mentre mi insinuai dentro di lei con due dita, scoprendo un ambiente già umido e ben lubrificato. Doppia meraviglia! Via queste mutande, che sono d'intralcio. Mi inginocchiai e le aprii le gambe, alzandole con gesto brusco la coscia sinistra, al punto che la scarpa volò via. Cominciai a leccarla avidamente, penetrandola con la lingua, titillando il clitoride, aiutandomi con due dita, ungendola di saliva. Mi rialzai in piedi senza smettere di torturarla con indice e medio, lei aveva il capo reclinato su una spalla, le mani incatenate impugnavano con forza le sbarre. Gemeva a denti stretti.
"vengo a scoprire..." mentre la baciavo sul collo senza smettere un secondo di sditalinarla.
Ansimava sempre di più, e, tra l'affanno, il godimento e l'esasperazione, riuscì ad articolare: "A scoprire cosa, dannazione??" Le sue mani, imprigionate dalle manette, si torcevano lungo le sbarre. La schiena era inarcata. Le gambe aperte. La figa era una doccia di umori sulle mie dita sapienti.
"Non puoi parlare. Chi ti ha detto che puoi parlare? Mi costringi proprio a essere cattivo..."
Mi slacciai tre bottoni dei jeans, liberai il mio cazzo palpitante dagli slip, le divaricai le gambe con decisione e glielo affondai tutto senza tanti altri convenevoli.
La sentii fremere in gridolini, e il mio cazzo andava ingrossandosi a ogni colpo. La pompai con la forza della disperazione, con la rabbia accumulata, con l'eccitazione di averla così aperta, calda, avvolgente, liquida... Fui violento con le sue tette. Fui feroce con i suoi capezzoli. Fui scatenato nello sbatterglielo dentro. Andavo avanti come un treno. Spalancai ancor di più le sue gambe per le ultime stantuffate, e lei si fece aprire volentieri. Aumentai il ritmo. La sbattevo contro il cancello, sapendo che si stava facendo male. Oh! I suoi gemiti erano musica per le mie orecchie. Ci diedi con tutta la potenza delle reni, godendo di come scivolava bene il mio uccello dentro di lei, sentendomi bagnare perfino le palle, gioendo delle mie dita che affondavano nel suo culo, arrivando a morderle il collo e le orecchie, tirandole i capelli. Lei attaccò a gridare, dovetti di nuovo tapparle la bocca. Mugolava sotto la mia mano, ed era cieca e muta. Le sibilai le peggio porcherie che mi venivano in mente, troietta, zoccola, te la stai godendo, sei fradicia, ne vuoi ancora, vuoi essere scopata, vuoi essere inculata, ti piacerebbe, zoccoletta. Lei continuava a belare, e ad aggrapparsi alle sbarre. La scopai per un altro po', finché lo sentii, ero all'acme, la vista mi si appannò, esplosi contro di lei, dentro di lei, e poi su di lei, artigliandola con i miei spasmi e facendole colare sperma sul pelo e giù per le gambe. Sfinito.
Mi risistemai e mi allacciai i pantaloni, guardandola. Con la camicetta aperta, le tette viola e strizzate che sobbalzavano del suo respiro, le autoreggenti tutte macchiate, così, ammanettata, appena scopata, era un quadro. I capelli scomposti le coprivano il viso. Il suo sguardo cieco sembrava fissare ostinatamente un punto tra le mie caviglie e i suoi piedi. Non parlava.
"Allora, non ti interessa più sapere cosa ho scoperto ieri?" le chiesi, con tono di sfida.
Lei muta. Ancora ansimante. Le mani, le braccia, le spalle rilassate dall'orgasmo, e tremanti.
Le tolsi la benda con un unico strappo.
"Merda!" proruppe lei, rendendosi conto di dove si trovava.
"Abita qui, no, il tuo moroso? Al terzo piano, se non erro... Che bella palazzina, e quella lì, cos'è, la sua macchina? Me l'ha detto la tua sorellina, sai, mi ha raccontato tutto, povera innocente!
Avevo telefonato per salutarti, ieri, e mi ha risposto lei, e ha cominciato a parlare, a parlare, a parlare... e tu invece, cattivona, per sei mesi, non mi hai detto niente... non si fa, non è mica bello... ti faceva troppo comodo, avere uno schiavetto tuttofare? Ti piaceva farmela annusare da lontano, per tenermi sempre lì, a disposizione, nella speranza che un giorno, domani, chissà..."
"Liberami, figlio di puttana" mi ringhiò lei, guardandosi intorno in preda al panico.
"Eppure sapevi quanto ti volevo bene... che cotta m'ero preso... avresti potuto dirmelo che eri fidanzata... non c'erano problemi... cattivona... opportunista e cattivona..."
Lei batté le mani contro le sbarre, tirando e strattonando come un'ossessa.
"Liberami!"
Io la presi per i capelli, le ribaltai la testa tenendola per la nuca, sfilai dalla tasca un'anella con due piccole chiavette e gliela ficcai in bocca.
"Fatti liberare da lui, stronza"
E prima di andarmene suonai due o tre volte al citofono di lui, così, per avvertirlo. Ho un cuore tenero... non volevo mica che mi stesse a ghiacciare così, contro un cancello, per tutta la notte...
Ancora oggi mi chiedo cosa avrà raccontato a quel cornuto del suo ragazzo. Vabbè che le donne possono sempre inventarsi uno stupro e, se qualcuno chiede loro dettagli, possono sempre scoppiare a piangere, fingersi choccate e rifiutarsi di parlare... e nessuno osa più insistere... tutte le fortune hanno, 'ste femmine...
Lo vedete qual è il mio problema? È che sono troppo buono... Poi finisce così, che le donne mi zerbinano, e io ci rimetto pure 45 euro di manette... comprate per l'occasione e mai più restituite... sì, vabbè, che ci volete fare, sono un po' tirchio, ma è uno dei pochi difetti che ho, e poi, comunque, avrebbe anche potuto fare un gesto carino e rispedirmele, magari. Invece, chissà, le starà usando con il suo boyfriend. Ah, lo vedete, alla fine le ho fatto anche un regalo. Che ci posso fare, sono troppo buono, io. La mia mamma me lo diceva sempre, e mi diceva anche che il mondo è pieno di gente cattiva e bugiarda, e di guardarmi bene dalle donne che non fossero belle brave e buone come lei, che mi avrebbero fatto solo soffrire.
Aveva ragione, cazzo.
Aveva sempre ragione, la mia mamma.
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