Sexual marks
di Kamicina
"Saresti pronta per sperimentare?"
Saresti. Innanzitutto la scelta del condizionale.
Saresti. Non: sei.
Saresti. A me questa appare come una scelta
accorta di vocaboli, quasi un gesto di cortesia.
Chiuderesti la finestra, per favore? Saresti
così gentile da...? E poi, pronta.
C'è chi è nato pronto, ma
io di certo... devo mettermi alla prova
per giudicare se sono. Devo.
Sperimentare. Ecco, la parola giusta. Sperimentare
sì, sempre. E' questo che mi guida,
forse è questo che mi rovina? Sperimentare
tutto.
Ossia, siore e siori: io sono della vecchia
scuola, quella che una volta nella vita
si deve provar tutto.
La mia risposta sapete qual è stata?
La più scontata, per chi mi conosce
bene.
"Beh, sono molto curiosa"
La curiosità, sì. Son 25 anni
che vado avanti a curiosità. E 'sta
fame di sapere, che non si placa mai. Mi
porterà mai da qualche parte, diocristo,
'sta curiosità bastarda, che è
l'unica cosa che mi fa desiderare l'alba
di domani? Come se mi aspettassi sempre,
che ne so, di veder sorgere due soli, o
un cielo viola?
Ora, voi potete ben capire,
che trovare online sulla mia lista di icq
un vero master di pratiche più o
meno inerenti al sadomaso e affini, per
me! che mi sento una schiavetta nata, solo
che... sperimentato mai... e poi come, con
chi? Per giocare ci vuole qualcuno che...
di partenza sappia le regole, che giochi
di fino sul piano psicologico, e quantomeno
si presenti all'appuntamento equipaggiato
di tutto l'armamentario. Che poi più
o meno sono sempre le stesse cose che vedo
qui nei sexy shop di Bo, o gli aggeggini
che leggo descritti in qualche seria facezia
iesserina. Ora voi potete ben capire...
che alla domanda: "che dici, proviamo?"
dopo -fatemi contare, che ho tenuto la strisciata
della conversazione- dopo, ecco, 24 minuti
di chat, ecco, una come me non poteva che
rispondere: "sì, beh" che
il beh, è un po' il leit-motiv del
mio intercalare, è un belato che
già da subito annuncia che sono tua,
e sarò: dolce, titubante, ingenua,
timida, in balìa, pronta a tutto.
Beh. Beeeeeh.
E lui dice: fantastico. Dice che giocheremo
tra 6 giorni. Dice che sarà l'esperienza
più intensa della mia vita. Che inizierò
una vita nuova.
Che-inizierò-una-vita-nuova.
Se questa non è la frase giusta al
momento giusto, perdio.
Dice che ora va a dormire e che è
stato un gran piacere. Fine chat.
Iniziano i 6 giorni più
incredibili della mia vita. Quelli dell'attesa.
Immaginate di... immaginate la coca più
pura che in vita vostra abbiate mai sniffato.
Beh, qualcuno di voi avrà immaginato,
qualcun altro no. E comunque la sensazione
non si avvicina neanche lontanamente all'overdose
di adrenalina, apnea, tremore ed immotivata
euforia di cui son stata preda nei giorni
suddetti. Cioè: avessi saputo da
subito che esisteva uno sballo così
naturale, avrei dato appuntamento a perversi
sconosciuti mooolto, mooolto prima di oggi.
Altro che stordirmi di chissà che.
Penso a ciò che mi ha detto. Che
mi vuole far provare tante cose. Che sarò
la sua umile e docile schiava. Che andremo
da qualche parte in una stanza affittata,
e giocheremo, e io starò ai suoi
ordini. Solo a pensare questo, solo la pura
nebulosa teoria mi fa appiccicare le labbra
là sotto, me le appiccicca e me le
schiude in baci osceni, mentre mi sento
pulsare di angoscia e desiderio, che l'uno
rincorre l'altra senza soluzione di continuità.
Immaginate una situazione... in cui una
porta si chiude, una luce si spegne, o forse
è la benda calata sugli occhi...
Un viso a voi sconosciuto, intravisto solo
qualche minuto prima per qualche frase di
cortesia... Due convenevoli, giusto perché
non siamo solo animali.
Il freddo della stanza, perché è
gennaio. Una zip di borsa che si apre. Una
frustata che costringe a inginocchiarsi.
Immaginate che... basta, a quel punto la
mia fantasia si interrompe. Resta così,
il tremito delle mani che già si
sentono legate, e l'olio del mio desiderio
che pian piano cola. Il respiro che si libera,
già affannoso, ed è solo giovedì.
Sei giorni sono lunghi da passare così.
Ho un appuntamento con un perfetto estraneo
che vuole da me la perfetta sottomissione,
e io sono, per questo ruolo, perfetta.
Cammino a tre metri dal suolo,
e se fosse un maniaco? Gliel'ho persino
chiesto in icq, "sei un maniaco?",
cosa mi può rispondere uno a una
domanda così? Sì, difatti
credo che non appena ti avrò ammanettata
tirerò fuori una roncola tanta e
ti farò a pezzettini, sei d'accordo?...
Gli ho chiesto: qualcuna è mai tornata
a casa in un sacco di plastica? E lui mi
risposto: scusa, a me piace darti ordini,
se ti butto via non mi diverto più.
Doveva rassicurarmi, questa frase? Sì,
credo di sì. Ha detto proprio: butto
via? Gli ho chiesto: e se il gioco non mi
piace più? Dice che io gli farò
un segnale, cosicchè lui si fermerà.
E se sono legata e imbavagliata? Si tratta
pur di subire qualcosina. Non credi? L'olio
cola, cola. Solo a fine chat gli ho chiesto
come si chiama. Credo che mi farò
fare di tutto da quest'uomo, e so a malapena
il suo nome, ma non mi interessa altro.
Una mia cara amica mi dice:
"dai, che vuoi che sia... al massimo
ti incapretta e scappa col tuo portafoglio".
Non mi porto contanti.
Mi addormento di notte, sognandolo.
Non l'ho mai visto. Me lo vedo che mi ordina
le peggio cose, che mi brutalizza in tutti
i modi. Sento il desiderio di scappare,
ma sono più bagnata di uno straccio
fradicio. Mi addormento toccandomi il seno,
aprendo le gambe, sospirando piano.
Eppur si tratta comunque di
andare a lavorare, di fingere di studiare,
di rispondere alle mail, di far tutto come
sempre. Di cenare coi miei, che non sospettano
ciò che sto per fare. Di sbirciare
per vetrine, in cerca di qualcosa di audace,
e poi vestirmi come, e come si usa nel bdsm?
Gli scrivo un messaggio: indicazioni per
il vestiario? L'unica risposta che non volevo
ottenere: stupiscimi... Azzo, io voglio
essere una schiava proprio per non prendere
iniziative. Se solo mi spogliasse e mi agghindasse
con le cose più sconce portate per
l'occasione, se mi travestisse da sua bambolina,
ecco, sì, sarei la donna più
felice del mondo. E invece gironzolo per
vetrine, che siamo in periodo di saldi,
con l'aria distratta e il fiato corto, la
figa ben schioccante là sotto, che
a ogni passo che faccio pregusto la violenza
imminente.
Ma sono tesa, Dio se sono
tesa. Non sono mai stata così tesa
in vita mia, è come se aspettassi
l'esecuzione, è più di quanto
un fisico e una mente possano sopportare.
Glielo scrivo: sono tesa. Sono agitata.
E lo so che comincio a farlo godere, con
queste mie ammissioni. Lui mi risponde,
è contento, si frega le mani. Poi
mi scrive qualcosa che mi sorprende, di
mandargli una lettera con le mie fantasie,
"per avere più feeling",
dice. C'ho messo una notte, per scriverla.
E non le avevo mai confessate a nessuno,
'ste fantasie. Altro che raccontini.
Continuo a non masturbarmi nonostante il
clitoride mi si sia gonfiato a dismisura,
negli ultimi giorni. Continuo ad astenermi,
voglio mantenermi gonfia e traboccante per
lui. Continuo a mordermi le labbra, ad assaporare
qualcosa in aria che non vedo, a socchiudere
gli occhi come se mi avessero già
inculato. Poi ogni tanto mi prende il panico:
che io non so nulla di quel mondo, cosa
avrà in mente? E allora vado a spulciare
su Internet, e i racconti, beh, i racconti
non mi dicono granché, le testimonianze...
dio, c'è veramente gente così,
al mondo? E certi giochi di tortura... no,
no, questo non lo voglio fare.
Glielo scrivo nella lettera: non farmi del
male.
Tenera che sono. Certo che, se volevo due
coccole, potevo comprarmi un cane.
Ecco. Ci siamo. E' il giorno,
e manca poco.
Se qualche osservatore attento potesse rendersi
conto dello stato in cui sono... del fatto
che ho apparecchiato la tavola mettendo
due forchette al posto dei coltelli, o che
ho riso come un'isterica a una battuta idiota
di Amadeus, oppure che non mangio da venerdì.
Mi vesto con mani tremanti, immagino molte
donne attorno a me che mi acconciano i capelli
e mi spalmano addosso unguenti profumati,
e mi infiorano di petali di rose, come se
fossi la vergine classica del sacrificio.
Vado all'appuntamento come se andassi in
guerra, guardo i miei come se non dovessi
mai più tornare a casa. Fuori, al
freddo dei primi fiocchi di neve, sono talmente
tanto impaurita che dopo i primi tre passi
quasi mi sento mancare. Riconosco l'auto
che mi ha detto: è là. Vado,
mi avvicino, eccomi. Sto arrivando, sul
piatto di portata dei miei stivali col tacco
a spillo. E vedo che li guardi con uno scintillio
feroce negli occhi. Mi baci sulle guance.
Tutto ok? Andiamo? Mi fai entrare in macchina.
E' tutto nuovo per me, anche tu lo sei.
Tra neanche un'ora avrai esplorato angoli
del mio corpo che neanche i fidanzati storici...
Ti guardo senza vederti bene. Preferisco
concentrarmi sulla strada, memorizzarla
nel caso in cui io debba tornare a casa
in autostop o da sola a piedi, con le vesti
stracciate e il mascara che mi tinge le
guance di nero, non ho guardato il numero
di targa, cristo, è la prima cosa
da riferire alla polizia. Chiacchiera, rompe
il ghiaccio.
Sei più tranquilla? mi chiede. Sì,
balbetto io. Male, risponde lui.
Parliamo ormai così
amabilmente che quasi mi sembra di essere
a un classico primo appuntamento, e niente
niente l'audacia mi sta venendo meno. Quasi
quasi vorrei dirgli di fermarsi al primo
pub, di ordinare una birra, parlare, conoscerci,
scherzare, poi le bende, le corde e lefruste
verranno dopo, ai prossimi appuntamenti,
ma per ora ho ancora voglia di un po' di
banalità, di due chiacchiere, di
un corteggiamento per finta. No way, posso
forse ritirarmi ora? Andiamo Laura, non
l'hai mai fatto prima, non lo farai stasera.
Fin qui tutto bene, saggia ogni minuto di
vita e pensa che per ora, tutto bene. Fin
qui tutto bene. L'auto entra nel cortiletto
del motel. Fin qui tutto bene. E sapete
cosa mi ha scritto in mail, il giorno prima
dell'incontro? "Ammiro il tuo coraggio,
la tua voglia di scoprire, la fiducia che
riponi in me..." Potrei forse ritirarmi
ora?
Io ho fiducia in te, devo averne, per forza.
Devo convincermi che non potevo far scelta
migliore. Devo convincermi che mi schiavizzerai,
ma con coscienza. Che, come mi hai scritto,
mi condurrai per mano dentro quest'avventura.
Devo aver fiducia in ciò che sto
per fare.
Non mi sono mai sentita più succube,
vacca e folle in vita mia, credo però
più folle, così folle mai,
credo.
Stanza 14. Corridoio di moquette
rossa. David Lynch.
Ha portato un liquore, che mi versa in una
comune tazza da colazione.
C'è proprio il silenzio tipico della
moquette, dell'albergo dove accadono cose
soffocate. Bevo, bevo, e il gusto forte
dell'amico alcool mi riconcilia col mondo,
mi quieta, mi elettrizza. Sì, mi
spoglio, resto in desabillè, con
quello che cioè volevo mostrargli
come vestito per l'occasione, abitino di
raso nero a coprire le autoreggenti e i
già citati stivali di pelle, tutto
nero, non credo che fosse questo che intendesse
con il suo 'stupiscimi...', ma caz non ho
niente di più maiale nel guardaroba,
sono una chiavatrice di gusto classico,
io. Lo guardo, sgranando gli occhi, aspettando
che una sua parola mi sblocchi il respiro
o mi faccia morire. E bevo. Mi attacco al
cointreau come se dal cointreau dipendesse
la mia salvezza.
Sono a stomaco vuoto, il superalcolico mi
incendia le budella. Fin qui tutto bene.
Il seno che straborda per uscire dalla scollatura,
le gambe tremanti con le punte dei piedini
rivolte verso l'interno. Body language,
you know? La stanza è sobria, ampio
lettone matrimoniale, luce soffusa, un grande
specchio contro la parete. Mi aspettavo
di trovarla già arredata da sala
dell'Inquisizione, con vergine di ferro,
ruote in legno e goccia che cade dal soffitto...
Decisamente leggo troppi racconti, perché
nella stanza non c'è nulla, è
una comunissima doppia d'albergo, eppure
lui si sarà ben portato qualche strumento
per i nostri giochi, dove sono, e cosa sono?
Mi sorride in attesa, non capisco cosa vuole,
mi ci fa arrivare, devo dare io il via al
gioco, senza il mio via non si inizia. Bevo.
E dico: via.
Ecco che il mio gentile accompagnatore
pian piano si dilegua, per far posto al
mio padrone, o a colui che si appresta a
diventare tale. La voce si abbassa, si fa
sibilante. Le frasi brevi, e secche. Un
comando può essere impartito anche
tramite un gesto, una pacca. Ammutolisco.
Ora io divento nulla, pur continuando a
pensare, a registrare miliardi di informazioni
accavallate, e i brividi che partono dai
follicoli ai pori tutti della pelle mia
tesa allo spasimo, i brividi che arrivano
a fiocinare, con lunghissime stilettate
elettriche, il mio cuore che va a mille.
Bendata e legata con le mani dietro alla
schiena. Come partenza, non è male.
Continua a darmi da bere, mi strozza con
onde di cointreau, il liquore cola sul mio
collo e sul seno, e lui lo lecca via, mi
bacia. Fantastico come mi sento, fantastico
come mi immagino, e un triangolino infinitesimale
di visuale ce l'ho, tra la guancia sinistra
e il naso, intravedo lo specchio, intravedo
me, le mani legate sul culo, la corda che
penzola, le labbra dischiuse. Fantastico,
dico io. Poi arriva il comando di inginocchiarmi,
e lo faccio con gioia, mi sembra giusto,
mi piace.
Mi eccita da impazzire essere
sua. Domani rifletterò sul perché
e sul percome, e come far convivere questa
mia inclinazione con i valori che difendo
nella mia sfera social-culturale, e il rispetto
per le donne, e l'autonomia, e il diritto,
l'inviolabilità, l'insofferenza al
controllo e al comando. Domani avrò
tutto il tempo per ammazzarmi di seghe mentali,
ora voglio soltanto godermi questa magnifica
sensazione di possesso, di sottomissione
consenziente.
Non faccio una piega. Quando mi ordina di
abbassarmi a leccargli le scarpe, prima
sulla punta e poi sotto, sulla suola. Quando
mi preme un piede sulla schiena, costringendomi
a far da scendiletto. Quando sento (e di
questo me n'ero accorta subito, nel silenzio
da moquette della camera 14) che ha acceso
una videocamera e sta filmando la mia iniziazione,
o forse i nodi con cui mi ha legato, non
saprei. Mi chiedo vagamente se un domani
mi ritroverò su Internet, in una
sorta di deja vu. Ma non faccio una piega.
Quando mi lascia lì, a terra, immobile,
caduta di lato, e sento che si è
avvicinato per sbavarmi sulla faccia, per
farmi colare saliva sul viso, densa e calda
come sperma. Quando si allontana per armeggiare
dentro una borsa, dentro al bagno, e sento
accendere un apparecchietto elettrico, e
sento fendere l'aria con qualcosa. E' di
nuovo una corda, quella che mi fa assaggiare,
per poi legarmi tutta dal collo ai piedi,
in un'imbracatura che mi lascerà
sulla pelle -preannuncia, con signorile
correttezza- i segni per una settimana.
Non faccio una piega. Ho una paura che non
mi azzardo neanche a respirare. La corda
mi passa tra le gambe, in un cappio così
stretto che affonda bella bella tra le labbra
semi-aperte della mia figa in attesa. Ho
ancora addosso tutto, anche se il vestito
si è abbassato fin quasi alla vita
per permettere alla corda di circondarmi
le tette, di spingerle in alto, di costringerle
in una morsa che mi strappa le prime grida.
Ho addosso le mutandine, ormai scomparse,
divorate dalla mia fessura. Ho gli stivali
e le calze, ho la benda che mi impedisce
di vedere quanto cazzo sono eccitante. Ho
due elastici attorno alle tette, come se
già non bastasse la corda a comprimerle
verso l'alto. Le sento rosse e infiammate,
lui si attacca ai capezzoli e prima morde
e poi tira. Grido, ma non mi è consentito
gridare: perché a ogni urletto che
mi scappa, arriva puntuale una punizione.
Le sculacciate vengono assestate con una
forza che mi cava il fiato. I capezzoli
vengono talmente tanto stuprati che io credo
mi si staccheranno. Io grido però,
perché sento male, tanto male e non
mi diverto più. Ora ho solo paura,
e davanti a me vedo deserti di dolore.
Forse è stanco delle
mie lagne, non so. Forse sto sbagliando
tutto, perché mi maltratta e io non
capisco dove è gioco e dove è
il resto.
Forse sono una frana, un'imbranata, una
fastidiosa bimbetta di cinque anni che fa
i capricci e allora cerco di non urlare
più, ma all'ennesimo sculaccione
che mi lascia in sovraimpressione sulla
chiappa lattea le sue cinque dita, ululo
che neanche un allarme antifurto. Questa
cosa lo fa incazzare? O io ho una soglia
del dolore bassissima, oppure sto decisamente
ricevendo la più grande bussata della
mia vita da un po' di tempo a questa parte.
Il seno mi viene schiaffeggiato, l'istinto
mi porta ad alzare le mani ma la corda non
mi permette grossi movimenti. Mi intima
di tenere le mani giù, io abbasso
anche lo sguardo cieco e cerco di ripetermi
che fin qui tutto bene. Il mio cervello
risponde solo agli impulsi dolorosi, che
si aprono come squarci di luce bianca sul
mio autocontrollo e la capacità di
ragionare. Gemo, io lo so che in questi
casi tutto viene scambiato per godimento,
anche il grido di scanno, ma io sono realmente
disperata, come dirglielo? ho un male addosso
che non si spiega, vorrei che la smettesse
di farmi soffrire così, in una brevissima
pausa dal dolore accecante il mio cervello
elabora questa velocissima teoria di auto-conservazione:
se mi impongo di smettere di gemere (e posso
farlo, posso farlo), lui si sentirà
incentivato a darmene ancora, e di più?
per farmi gridare di nuovo, fino al parossismo;
se invece grido, cercherà di riportarmi
al silenzio con altri colpi? che mi ricondurranno
dritta al punto 1? Come fare, come fare?
Fottuto gioco dell'oca bdsm. In quel momento
mi arriva una pacca sul sedere così
violenta che mi ribalta sul letto faccia
in giù a masticare le coperte, vagamente
lieta di avere qualcosa da mordere, così
da soffocare gli eventuali strilli. Sono
un uovo perfetto, con le braccia sul seno
e le gambe ritirate verso l'alto, solo il
mio culo è in esposizione, con la
pelle che scotta dai colpi ricevuti. Chiedo
a diocristo, o a chiunque mi stia ascoltando,
un dieci secondi di pausa: in cambio andrò
a messa tutte le domeniche e farò
offerte. Qualcuno da lassù esaudisce
le mie richieste perché il mio master
comincia a incularmi tenendomi per le corde,
concedendomi così una parentesi di
sollievo.
Di certo, di tutta quella
avventura, l'inculata è stata la
cosa più dolce. E io ero contenta,
il respiro tornava a essere regolare, leggermente
ansante, rilassato. Mi sentivo chiamata
in causa, docile e servizievole come dovevo
essere, per il ruolo che volevo. I miei
buchi sono lì, usali, sono fatti
apposta! Profanali e indagali, sono caldi
e cedevoli, già irrorati di umori,
non c'è neanche bisogno di creme,
lozioni. Sono lì, per te! Sono lì
per regalarti un miliardo di piacevolissime
sensazioni... Non martoriare la mia pelle,
che è candida, fragile come una filigrana,
e io temo per lei, non ti ha fatto nulla
di male... Il culo è lì! È
fatto apposta, non chiede altro!
Non chiede altro: intendevo... l'uccello
intendevo... non questo... non questa...
qualunque cosa sia... che forza per entrare...
e preme con violenza inaudita... e al tatto
è aliena, cos'è? Un cazzo
finto, un fallo di gomma, eppure non ne
ha la... forma... e non entra, non entra...
non può entrare una mostruosità
del genere... non entraaaa... non entraaaaa...
è fredda, dura... ha un diametro
enorme, che mi sta dilaniando l'apertura...
e lui spinge, spinge, mi spaccherà,
e non entraaa, diocristocazzodibudda no
nooooo. Non può fisicamente!
Ma tutto al mondo si può. Compreso
l'esser sodomizzati con una bomboletta spray.
Che con un colpo secco entra, eccome se
entra.
E mi fa esplodere in un urlo talmente tanto
acuto, violento e lacerante da svegliare
l'intero albergo, il circondario, i paesi
vicini e forse che forse: che non mi apre
anche il terzo occhio? Difatti, in quella
situazione incaprettata, ripiena come neanche
un tacchino a natale, ho provato un'intensissima
quanto breve e orgasmica esperienza che
non vorrei definir mistica per non offendere
i miei lettori più spirituali. Di
certo sono entrata in connessione con lati
di me, strati profondi del mio Io, che...
no, vabbè, era solo un male porco,
un qualcosa di selvaggio, d’infinito.
Di crudele e di fottuto. Altro che storie.
Sono ancora lì che
piagnucolo con la faccia spalmata sulla
coperta, la benda sugli occhi, il culo spalancato
in una deformazione oscena, che non mi accorgo
del tempo che passa. Secondi, minuti? Ci
si abitua a tutto, anche a un oggetto così
invasivo nel didietro: muovendolo un po'
su e giù, avanti e indietro, il mio
padrone vuole risvegliare terminazioni nervose
in me che credevo sopite. Il male ormai
è scomparso, rimane la voluttà
cieca di essere sodomizzati da una roba
così. Gemo piano, artigliando le
mani alla corda, leccando il copriletto.
Poi vengo liberata dalla bomboletta, girata
di peso a pancia all'aria, mi viene aperta
la bocca a schiaffoni e ivi infilato l'uccello
per la sua interezza.
Provo a leccarlo, velocemente, prontamente,
a succhiarlo come so fare, ma la posizione
non aiuta, e mi finisce tutto in gola. Sono
scossa dai conati di vomito, e a ogni conato
è un ceffone che mi arriva. Il pompino
non riesco a farlo, ribaltata come sono
dalle sberle e in continua apnea; i rigurgiti
mi fanno tossire, sto soffocando, mi manca
l'aria, inizio a piangere. All'inizio è
solo qualche lacrima così, di quelle
che vengono prodotte per strangolamento,
poi cominciano a scendere copiose, e in
capo a mezzo minuto sto piangendo come un
vitellino sgozzato.
Lui si accorge delle lacrime che affiorano
da sotto la benda, si ferma e mi chiede:
che c'è. Io non so se stiamo ancora
giocando o meno, ma nel dubbio faccio solo
di no con la testa, come se mi avesse chiesto,
chessò, vuoi un caffè. Stai
piangendo, mi dice. Facciamo una pausa,
mi dice. E con la più grande delicatezza
del mondo, mi toglie la benda.
Rivedere la luce, in quel frangente, è
come nascere. Sbatto gli occhi, stupita,
incerta, tremante, riconoscente. Mi guardo
intorno come se vedessi tutto per la prima
volta, la stanza, lui, me imbracata come
un arrosto. E continuo a piangere, sorridendo,
che mi vergogno della mia reazione, mi sembra
stupida, infantile, eppure adesso che ci
vedo e ci siamo fermati, sto così
bene, e le lacrime piovono, se possibile,
ancora più abbondanti.
"Perché piangi?" mi chiede,
con voce carezzevole.
"mmh, noo... io? piango? noo..."
(che io nego sempre, sempre, non c'è
speranza...)
"Dimmi"
"ah.. eh... io... sniff... sniff...
è il mmmale..."
"Ti ho fatto male?"
"S-sì" sniff sniff
"Quindi, non piangi per l'emozione?"
Ma quale emozione, mica ho vinto un Oscar.
E' proprio male, male fisico, paura di morire,
male da star male, dolore e male. E piango
come si piange quando si è bimbi,
per reazione automatica al ceffone di tuo
padre, che vorresti far l'orgoglioso e stringi
le labbra per far vedere che non ti ha fatto
niente, e poi le lacrime cominciano a scendere
da sole, senza controllo.
Piango così. Erano anni che non piangevo
così.
Mi godo questa pausa finchè dura,
e lo osservo grata attraverso le ciglia
gonfie mentre si stende accanto a me e mi
abbraccia.
Momento di dialogo. Alcuni
chiarimenti sul gioco.
"Sì, insomma, devi sapere che
ci sono alcuni master cattivissimi, e alcune
slave che li pretendono così, li
vogliono così... hai capito?
Quindi so che fanno cose... ma è
perché la ragazza che lo vuole, e
il dolore... è parte integrante del
loro rapporto, è un dolore che è
piacere... Però alcuni master sono
esagerati, io no, io fondamentalmente sono
buono dentro..."
"Ma a me il dolore non piace mica tanto..."
"Ma un po' ci deve essere" (sennò
mica staremmo qui a far sadomaso, cucciolo).
Ha il tono di chi deve spiegare tutto alla
bimba scema, quale in effetti mi sento.
"Io..." dico, riprendendo a singhiozzare
"io mi sento un disastro, mi sembra
di far tutto maaale..." e piagnucolo
sentendomi una merda, disperata e stupita
di come io riesca sempre a tramutare anche
la situazione più hard in una seduta
di psicoterapia, un pasticcio di donna che
piange come una bimba a cui si sia staccato
lo zucchero filato dal bastoncino e sia
finito in una pozzanghera. Sigh. Sniff.
"Ma no, ma stai scherzando? Ma hai
fatto tutto! Ma sei stata bravissima! Per
essere la prima volta, non ti sei mai tirata
indietro, hai fatto tutto alla perfezione...
Davvero, mi hai stupito. Vai benissimo,
ma davvero..."
Ecco, a me ogni volta che mi si consola,
mi vien da piangere di più.
Dalla gratitudine, dall'imbarazzo e dalla
gioia circospetta. Vi risparmio il resto
del dialogo, comunque. Restiamo abbracciati
ancora un po'.
La ricreazione finisce. Si
parte con un'altra legatura, sfruttando
una corda che non finisce mai. Per ora mi
sembra tutto così... nuovo, e particolare.
Come il trovarmi imbrigliata in una posizione
con le gambe a verticale, e la corda nella
figa che tira e tira, e le braccia immobilizzate,
e il nastro adesivo sulla bocca. Con la
differenza che ora ci vedo: la benda giace
da qualche parte sul letto, mi permette
di guardare forse per farmi star tranquilla.
Seguo i suoi movimenti con gli occhi sgranati
di un bambino al circo, mi faccio un appunto
mentale che, finito il gioco, gli chiederò
dove ha imparato a fare i nodi, se è
stato su Luna Rossa, oppure ha fatto il
boy scout. Mi appare bellissimo, così
concentrato e quasi indifferente a me, i
suoi capelli a riccioli, si starà
divertendo? Non faccio che chiedermelo,
che va bene sentirsi un oggetto, ma almeno
vorrei servire a qualcosa. Un oggetto utile,
ecco.
Dopo i legacci e gli sberloni mi annuncia
che a questo punto mi merito di godere,
e mi intima, perciò, di toccarmi.
Fosse semplice, nella posizione in cui sono,
e con le mani accalappiate. Mi esploro alla
cieca tra i lembi dei miei indumenti e le
sartie che mi legano, cercando i punti sensibili,
mentre lui mi penetra con tre dita davanti
e quattro di dietro, e aggiunge, sottovoce:
con te ci vorrebbero tre mani. E' una notevole
sensazione di riempimento quella che avverto,
aliena e rude, e mi piace. Muove le sue
dita dentro di me, stantuffando per farle
entrare il più possibile. Arriva
fino alle nocche poi i miei guaiti lo convincono
a fermarsi. Forse ha ragione, quando dice
che fondamentalmente è un padrone
buono. Assieme alla gratitudine per la sua
umanità, monta dentro di me l'orgasmo
della disperazione, che mi scuote in mille
brividi e mi regala, per un istante, una
sensazione di armonia col mondo.
C'è che ha scoperto che le mie entrate
sono simpatiche e cedevoli, a fronte del
fatto che, invece, mi metto a piangere per
un pizzicotto.
Ognuno è fatto a modo suo, d'altronde.
Si incanta della facile usabilità
dei miei orifizi e non fa che ripetermelo,
che bei buchi, che bei buchi, mentre si
spinge dentro a sondare tutto quel che c'è.
Anch'io scopro qualcosa di me, che sono
fatta per essere squartata e indagata, forse
è un segno di apertura verso il mondo,
chissà.
Anche la mia lingua gli piace,
lecco tutto quello che c'è da leccare,
è un'attività rassicurante,
finchè c'è saliva c'è
speranza. Lecco le sue dita che sono entrate
dentro di me, e hanno ancora il mio sapore,
girandomi verso di lui lecco fin dove riesco
ad arrivare, i capezzoli, il ventre, l'ombelico,
con scene di contorsionismo puro arrivo
fino al cazzo, che provo a spompinare come
piace a me, come so di fare e so che sono
brava che sono imbattibile, ma me lo impedisce,
perché?! dio che umiliazione. Mi
guida sulle palle, che succhio come se da
quello dipendesse la mia vita. Sono mortificata
per non aver potuto eseguire il sempreamato
bocchino, per non esser stata messa in condizioni
di dargli piacere, perché volevo
essere brava e farlo godere attraverso di
me. Sono di nuovo giù di morale,
lecco fin dove arrivo, pulisco il pulibile,
gli succhio i piedi, mi consolo con il suo
pollicione, non è la stessa cosa.
Sento che non servo a nulla, mentre lui
intanto si auto-gratifica con una sega lenta.
E' più forte di me,
stanno per tornarmi di nuovo i lucciconi
agli occhi, fortunatamente ha spento la
luce così non si accorgerà
subito di quanto sono depressa. Forse fa
parte del gioco, ma perché allora
mi sento così giù? Non devo
chiedermelo ora perché altrimenti
riscoppio a piangere, quasi quasi ho nostalgia
dei ceffoni, che almeno si piangeva per
qualcosa di fisico, poi passato lo scotto
si sorrideva anche, eh. Cerco la sua cappella
al buio con le labbra dischiuse, cerco con
una mano di titillargli un capezzolo, cerco
di mantenermi attiva insomma, e lui mi sussurra:
ok, brava, chissà poi se dice sul
serio.
Oppure magari dovrei stare al mio posto,
smettere di pensare, farmi maneggiare come
più gli piace, che evidentemente
se mi guida in certe direzioni un motivo
ci sarà. Cerco di annullarmi totalmente,
di diventare una bambola, uno strumento,
un involucro. E' quasi un nirvana. Spero
solo che non comincino a grandinare i cazzotti.
Ho sonno.
Seconda pausa, ci vuole. Io
sempre bardata come un salame, lui sdraiato
accanto a me che mi accarezza piano. Poi
sale su di me e comincia a baciarmi affettuosamente,
tra la bocca e il collo. Mi prende 'sto
sentimento bacchettone, che non sarebbe
più bello così, senza tante
scudisciate? Scaccio dalla testa immediatamente
il pensiero impuro, me ne vergogno. Forse
apprezzo i suoi baci proprio perché
arrivano alla fine di un percorso un po'
cruento, altrimenti mi annoierebbero. Me
li godo per quello che sono. Vuole farmi
venire la seconda volta, ma io credo di
essere troppo provata per riuscirci, nonostante
le doppie stimolazioni. Stretta accanto
a lui, con il nastro adesivo che mi penzola
dalla faccia, girata a cucchiaio, ricomincio
a piangere silenziosamente sul cuscino.
Una frana. Allo stesso tempo, sono felice
di essere qui. Nella mia testa immagino
già di scriverci un racconto su.
Scelgo già da ora le parole, i vocaboli.
Devo arrivare fino in fondo, per poterlo
raccontare. Ho sempre vissuto tutto così,
con l'idea del romanzo in testa. Non c'è
singolo istante della mia vita che io non
voglia, in qualche maniera, romanzare.
L'ultimo round lo vede venire.
Lo sento ansimare, gemere di piacere, a
me sembra una cosa bellissima. Per quanto
poco mi sembra di aver partecipato, sono
orgogliosa del suo godimento. Eppure, di
riflesso, vorrei percepire me attraverso
di lui. Oppure no? No, è meglio di
no, resta così, al buio, a respirare
piano, a leccare furtivamente quel quadrato
di pelle che senti sotto la bocca. All'interno
del tuo guscio sei libera, nei confini geometrici
del gioco puoi spaziare. Mi chiedo se è
ciò che voglio, rimango legata al
letto interrogandomi sul senso delle cose,
poi lui mi propone di dormire un po'. Gli
domando di essere slegata ora che il gioco
è finito: riacquistare la mobilità
delle articolazioni ha un qualcosa di innaturale.
Ho bisogno di bere ancora, sono troppo indolenzita.
Mi piace esserlo. Vorrei star qui a sonnecchiare
per tutta la notte.
Prima di andar via, mi ispeziono
davanti allo specchio, sollevo il vestito
e strabuzzo gli occhi nello scorgere i segni
rossi della nottata. Mi guardo sul collo,
e c'è una cinghia tatuata dove stringevano
le corde, mi guardo i polsi, idem. Ho un
sedere che sembra abbia fatto la guerra,
già livido. I seni massacrati, percorsi
da raggi rossastri. La schiena mi duole.
Mi guardo e sorrido, poi rido, e dico, no,
non può essere. Per così poco?
Sembro appena uscita da una piccola rissa,
domani ci penserò, chissà
come mi sveglierò, chissà
cosa... Lui mi dice di coprirmi bene se
non voglio dare nell'occhio, che i segni
si vedranno per qualche giorno. Porto i
maglioni a collo alto e sotto, sulla carne,
sento la pelle bruciare.
Da giorni passo le dita sulle
cicatrici del nostro gioco. E' impossibile
dire che razza di sensazioni io provi: sono
orgogliosa, divertita, spaventata, stanca.
Mi accarezzo con la punta dei polpastrelli
le marche distintive del mio viaggio all'interno
di me, provando un piacere che non ha nulla
di razionale. Di certo la mia formazione
cattolica, e il successivo rifiuto, hanno
il loro peso sulla composizione della mia
personale Passione, che io voglia sostituirmi
a Cristo anche nelle nerbate mi sembra però
un tantino azzardato... O forse il rapporto
con mio padre...? Dice di non chiedermi
troppo il perché delle cose, altrimenti
dopo non mi piacciono più. Io non
so dire se mi sia piaciuto davvero, ma da
giorni non faccio che toccare le stimmate
sulla schiena e sul culo, sentendomi fiera
di portarle, terrorizzata all'idea che questo
sia il mio mondo, e non so se voglio continuare.
L'essenziale è invisibile agli occhi?
In questo caso, allora, c'è una carne
segreta all'interno di me che porterà
i segni del mio dolore anche dopo che i
lividi scoloriranno, una carne che trasmette
il dolore di esistere, un nocciolo corruttibile
che chiede clemenza a dio e invoca di nuovo
violenza, sopraffazione, per sentirsi viva,
per confondersi tra il male del mondo, per
perdonare e sciogliersi, per disintegrarsi
oltre l'orizzonte dei suoi limiti.
Però non so, non so
davvero se voglio continuare.
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