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Sugli autobus di Bologna
di Kamicina
Luglio, caldo, afa, autobus, centro città.
Fortunatamente sono quasi le otto, per cui il mezzo non è strapieno, e c'è una brezza leggera, lieve come ali di fata, che entra dai finestrini abbassati, accarezza collo e nuca, mi solleva con un tiepido sbuffo la frangetta bionda. Solo quando l'autista spinge il piede sull'acceleratore, beninteso. Ai semafori rossi, non c'è che caldo, sudore e afa. Il sole picchia ancora all'orizzonte, d'altronde Bologna è una conca di vapore acqueo in questo periodo, e un ventaglio improvvisato con un foglio di giornale, purtroppo, non serve a granchè.
Ma i tavolini dei bar all'aperto sono una gioia per gli occhi, lo sferragliare dell'autobus mi ricorda qualcosa della mia infanzia e le strade semi-deserte regalano un po' di tranquillità alle stanche membra dopo un anno di lavoro trascorso con gli occhi all'orologio.
Ora l'orologio non lo porto più, mi sono messa un vestito di lino azzurro che inaugura definitivamente la stagione estiva, sotto i portici scorgo coppiette senza fretta, e ragazzi che parlano forte, le signore di mezz'età con il naso nel frappè che si godono quel po' di corrente socmel che cheld, a nin pos piò, e io finalmente stasera vedo lui, che rientra dal viaggio di lavoro transalpino bla-bla-bla.
Spero solo che non mi tenga tre ore a parlare del Commendator Chiarini, di quanto beveva l'ingegnere, del contratto che fino alla fine non si sapeva se sarebbe stato firmato, degli svizzeri che sono proprio un altro popolo, un'altra cultura. Ho indossato un paio di mutandine che non si vedono, solo per lui, e se a metà cena attacca a farmi l'analisi finanziaria delle ditte concorrenti giuro che chiamo un taxi e vado a casa, anzi, facciamo così, alla parola "core business" sbatto il tovagliolo nel piatto e mi ribalto indietro sulla sedia, così, come un salmone suicida.
Ho voglia di vederlo, ho voglia di stringerlo, ho voglia di sentire che gli sono mancata. Non ho voglia di ascoltare niente che non riguardi carne, carezze, baci, lingua, liquidi, morsi, sfarfugliamenti, toccami, spogliami, stringimi, strangolami, baciami, prendimi, sono tua.
Palpami.
Occristo.
Qualcuno mi ha appena toccato il culo.
C'è qualche telepatico, qui?
Ho un mezzo sorriso mentre mi volto a guardare, l'idea che qualcuno possa avermi letto nel pensiero mi diverte in un modo che non potete neanche immaginare. Che buffa trovata. Solo la mia mente contorta può partorire una cosa così... Senti questo, telepatico, sei in ascolto?: non era rivolto a te. Sto per vedere il mio uomo, con quel gran cazzone che si ritrova, e stavo pensando di spolpare lui. Ok? Non te.
'Toccami' e 'palpami' era rivolto a lui.
Mi giro. Nessuno. Nessuno a portata di mano, quantomeno. Un'anziana signora a due seggiolini di distanza. Un paio di tunisini seduti in fondo, che parlano gesticolando. Un'adolescente con micro-gonnellina che manda sms dal suo cellulare con gli orsetti a penzoloni. Un ragazzo che sta obliterando in questo momento, ma è lontano, non può esser stato lui, chi cazz'è, Superman?
Trattengo a stento le risate, mentre penso che è tanto il mio desiderio di esser divorata e tanto ardo all'idea di essere toccata e massaggiata fin nei recessi più reconditi, che mi sono auto-inventata
una palpata di culo. Possiamo chiamarla, palpata isterica? Come quando hai talmente paura dei ragni e delle ragnatele da sentirtele addosso, anche quando non ci sono? Mettiamo, mentre stai camminando a tentoni in una buia cantina polverosa e non pensi ad altro se non a quelle bestiacce...
Rabbrividisco. Ho il terrore dei ragni.
M'è venuta persino la pelle d'oca.
Ah. Buh. Ho avuto un tic nervoso. Uh. La mia pelle è un fascio di nervi. Che stupida. Pensavo ai ragni e subito mi son sentita camminare qualcosa sul braccio... brrr.
Rido ancora, sottovoce. Che isterica che sono. Troppo lavoro, troppo.
Ho persino le allucinazioni... tattili. Bum. Basta. Una chiavata rigenerante. Una trombata possente. Ecco cosa mi ci vuole.
Mi senti, amico invisibile? Una trombata possente.
Puff.
Eh no, eh.
Stavolta l'ho sentita per davvero.
Mica son poi così esaurita.
Questa era proprio una palpata, e poi bella, abbondante.
Mi giro.
Nessuno.
Il ragazzo è più vicino, però. Appoggiato con nonchalance alla sbarra, sembra stia leggendo un qualcosa tipo Quattroruote, e incrocia brevemente il mio sguardo mentre mi giro a fissarlo.
Possibile?
O sto diventando matta, o qui c'è il fantasma della manomorta, risvegliato dai miei pensieri peccaminosi...
Rido, stavolta ad alta voce.
La vecchia signora alza lo sguardo, mi fissa stranita, scuote la testa tra sé e sé.
Questo non fa che divertirmi di più.
Alla fermata salgono cinque adolescenti con i pantaloni sbracaloni e le canotte sul modello dei giocatori di basket, che subito individuano l'adolescente rosa e carina e si mettono a parlottare e ridacchiare tra loro. La ragazzina, una specie di velina in miniatura, molto graziosa, approfitta di una ciocca ribelle per guardarsi attorno con aria annoiata, sbatte un po' le ciglia e si ributta sulla composizione dell'sms.
I cinque adottano una serie di movenze da rapper e cominciano a parlare più forte.
Neanche il pavone si fa un culo tanto per attirare l'attenzione.
C'è una bella tempesta d'ormoni, qua dentro, eh, telepatico?
Skrreeek.
L'autista dà una brusca frenata. Barcolliamo tutti per mantenerci in equilibrio. E arriva, calda e avvolgente, la terza palpata. Sensuale.
Sorniona. Puntuale.
Non mi giro subito. Lo so, che è Quattroruote. Lo so. Stringo più forte la sbarra, tanto che le nocche sbiancano. E soave, odoroso, vellutato come miele, scende un po' di liquido a bagnarmi le labbra assetate. Assetate di lui, ma anche di te, che hai un tocco così pieno, deciso, dolce allo stesso tempo...
Non mi giro. Con la mente, prego: ancora.
E ho anche un po' paura.
Anzi, ho molta paura. Ho il cuore in gola. Ma non posso fare a meno di premermi contro la sbarra, tendere i muscoli al massimo, alzare il sedere, divaricare leggermente le gambe quel tanto che basta a dare sollievo a un calore bruciante che mi sta facendo esplodere la fessurina...
Non succede nulla.
Tranne che la signora raccatta le sue cose e scende. Ha già visto troppo.
Ho paura. Magari questo qua è un matto. Magari tira fuori un coltello.
Tira fuori qualsiasi cosa, ma fallo ora!
Nulla. Oh, ho decisamente ammutolito gli adolescenti, perché tre di loro mi hanno colto mentre mi pizzicavo un capezzolo con uno sguardo da leonessa...
Oh, cielo. Non riescono a credere di essere davanti a una fantasia divenuta realtà.
Mi volto. Il ragazzo guarda per aria. Quindi è questo, il gioco? Ci vediamo ma non ci guardiamo. Ci tocchiamo ma non ci parliamo.
Oh merda, la mia fermata!
Sì, sì, cazzo, era quella per la stazione, e... occristo... l'ho saltata in pieno!
A quest'ora lui starà scendendo dal treno, e a me tocca farmela tutta a piedi... eh sì, è bene che lo avverta che arriverò in ritardo al binario.
Prendo il cellulare.
Una mano si appoggia alla mia coscia e risale, risale, fino ad accarezzarmi il triangolino, mentre l'altra, da dietro, indugia sulla chiappa sinistra...
Cinque ragazzetti senza parole.
E io che non riesco ad arginare il mio respiro, sempre più affannoso.
Eh sì, arriverò molto in ritardo.
Mi sorprende e mi eccita la sua sfrontatezza. Non riesco davvero a immaginare fino a che punto arriverà. La sua mano destra è già lenta e forte sotto il mio vestito, da davanti. Con il peso del suo corpo mi schiaccia contro la sbarra, mentre il suo alito caldo, leggermente veloce, si spalma sul mio collo e la sua mano sinistra, dopo aver misurato la mia schiena in lungo e in largo, s'è fermata sulla nuca.
Con un movimento quasi distratto, poi, scende fino a farmi cadere una spallina del vestito.
Oh. Oh-oh. Qui la cosa si fa... pericolosa.
Faccio per rimettere a posto la spallina, ma la sua mano blocca la mia.
Ed è un movimento unico, quello che costringe la mia mano inerte e tremante ad abbassare, sotto la sua spinta decisa, anche l'altra.
Il vestito non cade a terra per miracolo: si abbassa fino alle punte dei grandi seni. Mi preme ancor più contro la sbarra. Per evitare che io mi denudi completamente, forse.
"Posso mandare un messaggio?" sussurro, voltandomi appena.
Lui tace. Le sue mani sono scese di nuovo sul culo, mi accarezza con decisione e preme forte i pollici sui lombi. Cinque piccole erezioni stanno fissando la scena a bocca spalancata. Per fortuna la ragazzina
confetto è già scesa.
"Io dovevo scendere, sai..." ridacchio.
Niente. L'autobus prosegue a tutta velocità, e davvero non ho idea di cosa io stia combinando, davvero non ho sangue al cervello, perché il mio uomo mi sta aspettando al binario 2 con un carico di valigie, io ho già saltato tre fermate, e uno sconosciuto mi sta abbassando le mutandine con una facilità e una delicatezza...
Dio mio, sono impazzita.
E ardo come sterpaglia al sole.
Le mutandine cadono con un fruscio, sollevo appena una gamba per liberarmene del tutto. Con un calcio preciso, le lancio ai piedi di uno qualunque dei quindicenni, non so, non prendo la mira, e questo, vi giuro, ragazzino rosso di capelli e lentiggini all over, raccoglie il tesoro, ne annusa l'umido e l'afrore, si porta il minuscolo indumento alla bocca e quasi ci piange dentro. Giuro.
Gli altri quattro assistono impietriti. Ognuno vuole un'annusata. Ognuno vuole accostarsi al miracolo. Ognuno ne vuole un po'. Balena persino una timida lingua biancastra da adolescente, che sugge l'appiccicoso mio lascito.
Sono un brodo.
Sì, allunga una mano, mio telepatico amico.
Sono un vero e proprio torrente.
Le sue dita, che non incontrano ora più ostacoli, sono tutte e dieci sotto il vestito di lino e stanno lentamente cominciando ad esplorarmi.
Il suo corpo è contro il mio. Il suo bacino preme con forza contro il mio culo. Sento quant'è gonfio e duro il suo resistere. Non ho potere di controllo sui miei muscoli e i miei nervi, perché aldilà della mia volontà comincio ad assumere una posizione ad angolo retto sempre più evidente, per permettere alle sue mani di accarezzarmi con più facilità. Allargo leggermente le gambe. Sto tremando come una foglia.
Scosta il pelo senza fretta. Si fa strada nel pertugio. In breve, sente colarsi sulle dita tutto il mio bollore. Individua il bottoncino con una precisione e una destrezza che mi commuove. Lo accarezza da sotto come piace a me. Mi cade il telefono. Macchisenefrega.
Una mano risale a palparmi un seno, ormai scoperto. Lo stringe, lo circonda. Pizzica il capezzolo senza troppa forza. L'altra mano, la destra, prosegue il suo lavoro all'interno delle labbra, che hanno raggiunto ormai una temperatura da bomba atomica. Aumenta appena la velocità. Non si ferma. La mano che era sul seno arriva a stringermi il collo, poi pian piano un dito si insinua nella mia bocca, per farsi leccare avidamente.
Sono innamorata.
Con la coda dell'occhio capto una scena che ha del surreale. Cinque rabbiose, affannose pugnette, facilitate dalla bassezza del cavallo dei pantaloni, cinque mutande Calvin Klein abbassate, cinque cazzi adolescenziali menati a più non posso di fronte al nostro palpeggiamento.
Uh.
Ho sempre sognato di essere materiale da seghe.
La sua mano esce dalla mia bocca, e io, vogliosa, attacco a mordermi le labbra.
E' un ditalino perfetto quello che mi sta facendo, e prego Dio, se c'è un Dio, che non accada niente perché si interrompa proprio ora.
Sono assai vicina, ci sono quasi.
Il ragazzo aumenta progressivamente la velocità, premendo con più decisione.
Mi sto offrendo talmente tanto da aver quasi mal di schiena. Il liquido prodotto lubrifica tutt'attorno. E' facile coglierne un po', con la mano sinistra, e percorrere attentamente la strada verso il buchetto del culo. Mi infila un dito dentro senza incontrare nessuna resistenza.
L'altra mano non molla la presa del clitoride, e mi sditalina senza alcuna pietà. Questa doppia stimolazione è più che sufficiente per farmi venire con un grido strozzato.
E il mio gemito è lo sparo dello starter per cinque eiaculazioni simultanee che avvengono pum pum pum nell'arco di tre intensissimi secondi.
L'autista frena spaventato. "Chi è che grida, laggiù?!". Esce dalla sua stretta cabina e avanza verso il fondo dell'autobus.
Che scena che appare ai suoi occhi. Un ragazzo che sfoglia distrattamente Quattroruote. Io che sollevo le spalline dell'abito e mi faccio aria con la mano ("Che caldo, eh?"), cinque ragazzini con le mani sporche del loro colpevole seme, che guadagnano l'uscita a occhi bassi, confusi, frastornati, spaventati. L'autista è costernato. Non sa che spiegazioni darsi.
Il mio cellulare suona.
Lo raccolgo.
"Dove cazzo sei????"
Non mi rimane che il tempo di scoccare un bacio sulla guancia del ragazzo e mormorargli un "grazie" davvero sentito.
Ma non lo guardo negli occhi. Le regole sono regole.
"Sto arrivando!" rido al telefono. Corro. E rido.
"Sto arrivando amore mio!"
E ho una sorpresa. Niente mutandine. Solo per te.
E giù a ridere. Il vento in corsa mi asciuga con voluttà tra le gambe.
E io, non sono mai stata così bene.
Mai mai mai. |