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Goccia di Ac*

di ArdiCore

Mi sentivo intorpidita, senza capire bene cosa mi stesse succedendo; mi chiedevo come mai stavo in braccio a quest'uomo. "Pronti per il vino?" mi aveva detto. E me lo aveva detto con una voce roca, greve. Con una voce che non conoscevo. Non sapevo chi fosse: aveva un corpo caldo, sconosciuto anch'esso, ruvido, secco di sudore; vecchio. La pelle era molliccia, quasi fosse vuota. Doveva avere una sessantina d'anni o almeno una cinquantina. "Chi sei? che vuoi?" mormorai. "Il vino - disse - voglio il tuo vino". Il tono era cordiale, strano: un tono pesante su quel "tuo".
Attorno, invece, c'era proprio un odore di vino. Anzi era di mosto e di uva. Odore vecchio, che pareva quello dello "stabilimento" dove andavo da bambina, assieme al nonno: mi portava là nei giorni della vendemmia, col carretto ed il suo cavallo, Garibaldi. Ma non eravamo a settembre. Questo lo sapevo. Perché non riuscivo a parlare? Non riuscivo a muovermi. Fette di luce si insediarono improvvise fra i miei occhi: c'erano botti, attorno,botti ed attrezzi ed un viso beffardo e lucido, che era vicino a me. Era il viso di quell'uomo: guanciotte paffute, baffi bianchi e capelli rasati, incolore anch'essi. Al collo una catenina e, appesa a questa, una mucca d'argento. Chi era quest' uomo? No, non l'avevo mai visto. Era forte, però. Mi teneva fra le braccia, come un gattino. Mi sentivo coccolata. Aveva una mano sul mio seno: lo sentivo che mi stringeva il capezzolo, lo teneva stretto fra le dita. Ma ora stava parlando. La voce mi pettinava la pelle. Ma non la capivo: non capivo nulla. Tutto era un suono che mi fasciava: lo vedevo quel suono, dolce di zucchero ma incomprensibile alle mie orecchie. Mi posizionò su un attrezzo in metallo: sentivo il freddo svegliare le mie gambe, il culo; ero nuda, evidentemente. La voce mi abbandonò in un silenzio. Durò poco. Poi un tintinnio segnò l'aria: era un suono di catene.
Quello mi si avvicinò di nuovo: ne sentivo l'odore. Aveva un odore animale, un odore di campi e di stalle. Prese le mie mani, me le tirò alle spalle: c'era un palo dietro di me, lo sentivo, era ghiacciato, era un palo di ferro. Mi legò i polsi con quelle catene. Mi immaginai e mi vidi nuda, legata con le mani dietro la schiena, accoccolata ed adagiata in quello che, con tutta probabilità era un attrezzo per stringere l'uva, per fare di questa del mosto. Improvviso un ruggito mi distrasse, trasformandosi poi in un suono cupo e singhiozzante fino a scivolare in un lungo sibilo. Era un rumore di treno. Si era un rumore di treno. Già. Ma io stavo viaggiando: si ricordo le mie valige sul portaoggetti; eccole le mie valigie. Le valigie e poi il sonno, mi sono piegata di lato, è vero, mi sono piegata per dormire. Stavo leggendo quel libro di Benni... ed ora: ma dove cazzo sono? Oddio dove sono? Aiuto Clara svegliati! Niente, non ci riuscivo: me lo chiesi più volte, mi implorai di svegliarmi: nulla, avevo gli occhi serrati, le carni gelate e quiete; carni che non avevano la forza di muoversi. Eccolo quello: si avvicinava di nuovo: "allora - mi disse - siamo pronti? Voglio bere il tuo vino, me lo hai promesso, no?" Io promesso... e cosa? e a chi?: non avevo promesso nulla, io. No. Non ricordavo di aver promesso nulla. Mi sforzai di ritornare in me, ma le mani di quell'uomo furono più veloci, mi presero le gambe e me le divaricarono. Qualcosa mi entrò dentro. Non so cos'era: non lo vedevo. Ma non era di carne, sicuramente. Doveva essere qualche oggetto. Un brivido mi scosse, percorrendomi fulmineo, seguendo quel palo che mi reggeva, attorcigliandosi alla schiena, come un serpente; giungendomi fino alla gola. Quello continuò a muoversi dentro di me, dolcemente, con quel coso, poi - lasciandolo morto in me - scese con una mano fra le mie gambe, affiancando l'oggetto, segnandone il contorno, carezzandomi le labbra. "Che bel giardino", disse.
Mi sentivo impotente, eccitata forse, violentata. "Dai piccola che il tuo vino comincia a venire giù". E credo fosse vero perché mi sentivo scossa e bagnata fra le gambe, e sentivo quelle mani ruvide che mi strisciavano addosso, che disegnavano strane linee sulla mia pelle, che mi graffiavano. Ma poi, improvvise, si fermarono, mentre una bocca si poggiò sul mio collo, una bocca lenta e scorbutica, che ora mordeva, facendomi contorcere, e che scendeva giù, fino al ventre, leccandomi tutta, facendomi senz'altro venire. Bocca che poi si fermò, lasciando posto alle parole, sussurrate anche queste. "Grazie del vino" mi disse ed una gabbia di legni mi fu lentamente attorno. E quella gabbia oramai mi avvolgeva quando ci fu del dolore. Dolore e nulla più.

ArdiCore è un autore attivo del news group it.sesso.racconti.
Le sue pagine sono ancorate sull' http://it.geocities.com/nidodiac
solitamente non sono molto aggiornate :-), ma c'è abbastanza roba da leggere!
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