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Brivido notturno
di Valentina Suazo
18 Aprile
Si mise di fronte a me, guardandomi sfacciato mentre ballavo al ritmo di una musica martellante, quasi accecata dal lampo ininterrotto di luci multicolori. Pure, riuscivo a scorgere i suoi occhi scuri che mi abbracciavano tutta, guardavano rapiti i miei fianchi ondeggiare, i miei seni scuotersi, le mie gambe fremere…sentii le sue mani avanzare piano fino a cingermi la vita, i suoi occhi che mi guardavano tutta pur restando fissi nei miei. Forse disse alcune parole, non le capii. Scomparvero nel ronzio incessante che i bassi riversavano nelle mie orecchie dall’alto di altoparlanti grossi quanto la mia camera da letto. Lasciai che mi cingesse con braccia forti, abituate al possesso, restai ferma davanti ai suoi occhi fissi nei miei, come aghi che mi pungevano le cornee, spilli aguzzi che si insinuavano nei pori della mia pelle, come in un rito sconosciuto e sacrilego. Smisi di sentire la musica, di ascoltare le parole che forse mi stava dicendo e non potevo sentire per concentrarmi sulle sue mani, le sue braccia che mi giravano e mi spingevano altrove. Lasciai che mi guidasse tra la folla del locale, facendo io strada al suo corpo che spingeva il mio fin quando fummo fuori, lontani dall’insegna al neon della discoteca, vicini al buio del parcheggio. Non pensai nulla, non ebbi paura di nulla mentre precedevo docile i suoi passi incollati ai miei. Aprì la portiera di un’auto scura e mi spinse dentro, in silenzio, con dolcezza. Accese il motore e partì nella notte. Io non parlavo, lo guardavo e basta mentre guidava piano, con calma, lanciandomi qualche occhiata, come se mi accarezzasse. Frenò lungo il marciapiede, spalancò lo sportello perché io scendessi ed aprì un portone che varcammo procedendo come prima, io davanti lui dietro. Mi issò quasi a forza lungo la scala e dopo un piano o due aprì una porta di legno pesante che cigolò sui cardini. Non accese luci, non parlò neanche, limitandosi ad uno sguardo pieno e diretto al mio viso truccato, al mio corpo fasciato dal vestito nero che svaniva nella penombra della stanza. Veniva luce da qualche parte, non tanta, eppure io potevo vederlo, guardarlo negli occhi neri come la notte mentre si sfilava la camicia, mentre si liberava dei calzoni che opprimevano il suo desiderio.
Mi spinse contro il divano, obbligandomi a sedere. Il suo respiro cambiò nel silenzio rotto solo dal mio respiro, assumendo una cadenza aritmica sempre crescente, quasi usasse l’aria della stanza per pompare ancora di più la stupefacente erezione che trionfava di fronte ai miei occhi sbalorditi, alla mia bocca spalancata forse per lo stupore o un improvviso invito ad approfittarne. Si avvicinò di un passo, il tanto sufficiente a permettergli di carezzare i miei capelli, stringerli tra le dita e torcerli nel pugno chiuso fino a farmi un poco male, farmi capire che sarebbero stati la mia cavezza e ogni gesto di quel pugno chiuso un comando cui obbedire con cieca docilità. Così tenendomi, attirò la mia testa verso i suoi fianchi, verso il suo membro eretto, piano finchè potei sentirne la punta gonfia e liscia posarsi fra le mie labbra; poi torse ancora un poco il polso facendomi sentire una fitta di dolore all’attaccatura dei capelli, un dolore sottile e cosciente al punto da poter quasi distinguere ogni singolo bulbo da cui i miei capelli si allungavano verso la sua mano e percepire la forza lieve con la quale mi suggeriva di non opporre resistenza. Io restai ferma e docile, lui prese tutto il tempo necessario a penetrare la mia bocca. Mi tirò i capelli facendomi spostare la testa indietro scivolando fuori dalle mie labbra e tornare poi ad immergervisi all’improvviso con un rapido gesto. Ogni volta mi lasciava senza fiato, quasi strozzata dalla dimensione del suo cazzo che pulsava contro le mie guance tese, in fondo alla mia gola che lottava per chiudersi intorno a quel corpo estraneo di cui non riconosceva il sapore.
Quando si staccò da me, io respiravo a fatica, con rantoli sommessi che cercavano di strappare all’aria della stanza più ossigeno di quanto ce ne fosse. E con la strana sensazione di volerlo ancora dentro di me, più in fondo, fino alla fine. Sembrò comprendere il mio desiderio, solo guardandomi con i suoi occhi scuri. Forse voleva anche lui la stessa cosa: godere della mia bocca, come io avrei voluto che ne godesse.
Rimase a guardarmi per attimi interminabili, mentre sentivo il mio seno gonfiarsi e ricadere al ritmo serrato dei miei respiri, i capelli finalmente abbandonati dalla presa forte delle sue dita che adesso si muovevano lente lontano da me. Percepivo i movimenti delle sue mani intente a frugare le tasche dei pantaloni, in cerca di qualcosa che non potevo vedere. Rigirò tra le dita un piccolo laccio di pelle nera, quasi una minuscola cintura, con tanto di fibbia e borchiette metalliche. Poi, con un gesto semplice, meticoloso e spontaneo fece passare il cinturino sotto i testicoli e lo allacciò chiudendo la fibbia alla base del cazzo, che parve gonfiarsi ancora di più, diventare quasi grottesco e spaventoso mentre si fondeva col resto dei suoi attributi.
Io percepivo soltanto l’insistenza del mio respiro che premeva per farsi strada nel mio corpo, ossigenarlo, infondere ultime residue energie alle braccia sulle quali sostenevo il mio peso, la mia eccitazione, l’ansia di attendere che lui si impossessasse nuovamente della mia bocca spalancata. Sentii ancora quella sua presa robusta alla base della nuca, i capelli che si tendevano assecondando il suo pugno chiuso mentre attirava verso di sé la mia testa, il mio collo che si piegava docile andando incontro al suo pube scuro. Persi la cognizione del respiro e del gusto perché entrambi furono inglobati dalla sua carne che mi riempì la bocca, mi spinse a riempirla ancora di più sforzandomi di spalancare le labbra, ritrarre la lingua in qualche modo per accogliere tutto il suo cazzo, una parte dei suoi testicoli legati in cui mi costrinsi a non affondare i denti intanto che la sua mano spingeva la mia testa ancora più in avanti, ancora più in giù, finchè le mie ciglia, i miei capelli scomposti divennero un tutto unico col pelo folto del suo corpo, il mio sguardo accecato dalla mancanza d’aria, il resto dei miei sensi perso nell’attesa del suo orgasmo.
Immaginai i suoi occhi profondi aprirsi in un impeto quasi folle di godimento, poi richiudersi piano mentre il suo sperma fiottava all’interno della mia bocca, copioso e caldo, aspro e salino, mescolandosi alla saliva che improvvisamente si liberò da qualunque cosa la trattenesse, diventando un fiume pieno in cui sarei affogata se lui non mi avesse costretta ad ingoiare tutto esercitando maggiore pressione con la mano sulla mia testa, quasi volesse indicarmi che era quella l’unica via d’uscita.
Tornai a prendere fiato. Disperata, affamata d’aria succhiavo dall’interno di quella stanza respiri che mi parvero di gelo puro mentre mi scivolavano lungo la gola, mi riempivano i polmoni, raffreddavano il resto del mio corpo che sentivo torcersi al colmo di un’eccitazione sfrenata.
Spalancai gli occhi, di nuovo, per guardare i suoi, grandi e scuri come l’enigma irrisolto del suo nome, del suono della sua voce; mentre sentivo le sue mani afferrarmi ancora una volta, con dolcezza invitarmi ad alzarmi, seguire i passi che ci avrebbero riportato in fondo alla notte, dove ci eravamo trovati, dove ci saremmo persi. |