Alta fedeltà
di Kamicina
Non smetto un secondo di pensare
a te. Non smetto mai, mai.
Mi sveglio e sei il primo pensiero, mi addormento
col tuo nome in testa.
8 volte su 10 ti sogno. E le altre 2, sogno
di dormire e sognarti. Se, per caso, rinvengo
prima delle otto (ora della sveglia), mi
rallegro al pensiero che ho tanto tempo
libero per pensarti, prima di andare a lavorare.
Ti penso in mezzo al traffico,
al supermercato, davanti al computer col
mento sulla mano mentre clicco sul mouse
così, a caso, reprimendo sbadigli,
scorrendo pagine e pagine web con lo stesso
interesse che si può dedicare a un
documentario sulla transumanza in Abruzzo.
Ti penso quando guardo la tv, quando mi
esamino il viso allo specchio in cerca di
baffetti chiari da sfoltire. Ti penso mentre
ripiego i vestiti nell'armadio, mentre controllo
la data di scadenza del latte.
Ti penso quando mi cambio l'assorbente zuppo,
e prima lo annuso per sentire se sa di storione
andato a male oppure no.
Per farla breve, ti penso
sempre.
Ti penso anche quando penso
ad altro, perché ci sei, sei sempre
lì, in un angolino della mente, opalescente
come un ectoplasma, fluido come un bagno
di resina che impasta i neuroni, seriale
come quelle file di schermi nei centri commerciali
al reparto tv, tutte sintonizzate sullo
stesso canale. A volte penso che dovrei
smettere di pensarti: sono le volte che
ti penso di più.
Mi sono scordata di dimenticarti,
accidenti a te.
Quando ti ho visto salire
sull'aereo, con quella manina sventolante
e giubilante al pensiero della nuova vita
che ti correva incontro, e quando poi ho
seguito con lo sguardo l'alambicco di metallo
luccicante nella sua rapida ascesa diagonale,
quando t'ho visto fendere le nubi e sparire
nel cielo, il celeste pallido che ti ha
inglobato come uno di quei macchinini che
fa il sottovuoto, ebbene, quando poi ho
realizzato che non eri più lì
con me, né più saresti tornato,
quando ho ingoiato tutto ciò con
un unico, aspro singulto dello stomaco,
ebbene, era in quel momento, era lì
che avrei dovuto
dire: ok, è fatta. E' andato.
Quel giorno non ci sono riuscita. Sono tornata
a casa con le gambe molli, e una sensazione
di corpo cavo dove una volta batteva il
cuore. E allora mi son detta: ok, sarà
domani. Domani volterò pagina.
Ma non è stato neanche domani.
Allora mi hanno detto: ci vorrà del
tempo, datti tregua. Passerà.
Ma non è mai passata.
Allora mi hanno messo in guardia: non farne
un'ossessione.
E questo pensiero mi ha ossessionata.
Infine mi hanno detto: hai rotto i coglioni,
trovati qualcun'altro.
E l'ho fatto.
Mauro era un ragazzo dabbene,
sai? Così lo definii quando mia madre
mi chiese che tipo era. Rispolverai questo
termine desueto, 'dabbene'. Che non significa
nulla, in fin dei conti. Perché Mauro
stesso non significava nulla. Nella mia
vita, intendo: non voglio certo dire che
sia un essere inutile al mondo, non mi permetterei
mai. Probabilmente anche lui ha un perché
che giustifica la sua esistenza, ed è
per questo che gli auguro di trovare presto
una vera fidanzata. Vuoi sapere com'era?
Carino. Simpatico? Sì, era simpatico.
Tanti argomenti, certo: non quanti ne avevi
tu, ma abbastanza per riempire le pause
di masticazione tra un boccone e l'altro.
Come scopava? Ah, vuoi sapere questo? Non
lo so. Cioè, non è che non
siamo mai andati a letto insieme, eh. Abbiamo
fatto sesso decine di volte. Centinaia.
Solo che accadeva una cosa strana. Io ero
lì, che mi facevo chiavare come bambola
di pezza. E pensavo a te, te l'ho detto,
no, che ti penso sempre? Poi il mio corpo,
naturalmente, cominciava a reagire alle
stimolazioni dall'esterno: è fisiologico.
Magari Mauro mi stava lisciando delicatamente
il bottoncino con mano sapiente, tanto delicatamente
quanto violento era il suo sbattermi da
dietro. E si sentiva, eccome se si sentiva,
perché ho tralasciato di dirti che
madre Natura non ha per niente lesinato
quando s'è trattato di plasmare gli
attributi di quel ragazzo. E, orbene, io
lo percepivo, l'orgasmo, che montava come
un ruggito, dall'interno del mio fiorellino
di carne. Lo sentivo che voleva aprirsi
a corolla e propagarsi dalle viscere fino
agli occhi, risalendo come un salmone la
colonna vertebrale per esplodere dalla bocca
in un grido di resa incondizionata.
Eccome se lo sentivo.
Ebbene, ogni volta accadeva
questa cosa strana.
Un unico clic. Mentale. E il godimento lo
ricacciavo indietro.
Oh, è facile. E' il potere della
mente sul corpo. C'è gente che levita,
in India, grazie a questi piccoli stratagemmi.
E di colpo non c'era più
niente. L'orgasmo si ritirava come un nemico
in fuga, al quale facevo, ovviamente, ponti
d'oro. E, al posto dell'urlo animale, recitavo
qualche convincente gemito troiesco in gradi
crescenti di intensità, fino ad arrivare
a un acuto operistico finale del quale,
ti dirò, andavo sempre molto fiera.
Oh, non fare quella faccia. Tutte le donne
fingono, di tanto in tanto.
E mi spiaceva un po' per Mauro, sai? Perché
era bravino, si impegnava.
Aveva tutte le carte in regola per farmi
godere.
Solo che io non volevo.
Dopo Mauro c'è stato Ivano. Ti ho
mai raccontato di Ivano? Oh, uno a cui piaceva
il sesso nu'poco estremo. Corde, legacci,
bavagli, bende. Meraviglioso: mi permetteva
di alienarmi ancora di più. Nella
silenziosa cecità della mia condizione,
avevo ore e ore per pensare a te, ripercorrere
le nostre conversazioni, riassaporare virtualmente
le tue labbra, ricrearmi sulle guance e
il seno la consistenza liscia del tuo torace
e il solletichino dei tuoi peli quando col
naso ci finivo su, quando sul tuo petto
mi addormentavo, agganciata a te come un
koala. Talmente persa, anestetizzata dal
tuo essere lì con me, ho sempre seguito
a malapena i movimenti del mio partner.
E anche in questo caso è un peccato,
perché Ivano si affaccendava davvero
con perizia attorno al mio corpo esposto
e consenziente. Troverà una compagna
di giochi più adatta, senz'altro.
Se la merita.
La storia che ricordo con
più affetto è quella con Mirko.
Lui era un tipo tosto, che s'accorgeva subito
se nell'aria c'era odore di finta. Non gliela
si poteva raccontare, aveva come delle antennine
di ragno che captavano qualsiasi distorsione,
era un radar che non si beveva nessuna delle
mie cazzate. E per essere un uomo, ti dirò,
il suo intuito era abbastanza stupefacente!
Ad una prima occhiata si rese conto che
nascondevo qualcosa. Voleva estorcermi la
verità a forza di scopate violente:
riconosceva i miei orgasmi simulati, e mi
sbatteva con una foga inaudita, per rabbia
o per sfida, non saprei. Poi tentava il
metodo dolce, mi circondava di parole e
carezze. A volte mi stupiva con incursioni
inaspettate, mi aspettava fuori dal lavoro,
mi spintonava d'improvviso in uno stanzino
buio come quella volta che chiavammo nell'armadio
delle scope del Museo di Storia Antica,
dov'ero andata ad assistere alla presentazione
di un libro. Giocava sull'effetto sorpresa,
ma non funzionò: la mia mente era
più rapida dei suoi escamotage. Mi
colmò di romanticismi, mi pose al
centro della sua affamata passionalità.
Divenne asettico e mi scopò un paio
di volte nella più impersonale delle
glacialità. Si arrese. Ricordo perfettamente
la volta in cui si staccò da me,
infastidito dallo stesso cik ciak dello
scivolare dentro me senza partecipazione.
Ricordo che mi guardò e si coprì
il viso con le mani, schiacciato dal senso
di vuoto totale e perfetto che si prova
quando nel letto si è soli pur se
in due.
Solo allora vomitai tutto.
Mi si stringeva il cuore. Senti, io sono
qui e la mia mente è altrove, è
questo che ti volevo dire. Nulla di speciale,
mi rispose lui, pensi di essere l'unica?
E' la normalità per quasi tutti,
per molte più persone di quel che
credi, solo che tu te lo imponi, da vera
malata. E la cosa grave è che giusto
un pirla come me prova a sbattersi per trovarti
una via di uscita: la maggior parte degli
uomini non si porrà nemmeno il problema
di sapere per come o per chi. Si ovatteranno
il cervello dei tuoi gridolini artefatti
e se li faranno bastare.
E' un'amara realtà,
che a nessuno piace di scomodare.
Si sigilla tutto quanto da qualche parte
in fondo, e ci si trastulla il resto del
tempo con qualche piacevole, superficiale
surrogato. Ci si dice che in fondo le cose
dovevano andare così, e non si può
campare di ricordi, e se anche l'attuale
lui o l'attuale lei non sarà mai
la stessa cosa è comunque un buon
compagno o una buona compagna, e ci si abbandona
piano piano alla ricostruzione di un piacere
regolato, funzionale a una vita sessuale
sana; si mette assieme un po' di materiale
di recupero, di quello buono, e un certo
sentimentalismo di cui ci si auto-convince.
E si torna a godere, sì, si spegne
la mente e, con un certo senno, si torna
a pensare al famoso lui o alla famosa lei
solo in circostanze più adatte e
dedicate. Chessò: un tramonto, o
la rilettura di un diario, un viaggio in
treno o quella canzone, proprio quella,
che stanno trasmettendo adesso alla radio.
Perché è così che deve
andare, in un'esistenza tranquilla e normale,
con i sentimenti diligentemente ordinati
per tipologia e momento opportuno come sugli
scaffali di una libreria. Magari dell'Ikea.
Ma io non sono per i compromessi
di questo tipo.
A me fa cagare l'Ikea.
E quando, al terminal, ti
sussurrai tra le labbra e l'orecchio che
non ti avrei mai lasciato, mai, che ti sarei
sempre stata fedele, sempre, per l'eternità.
Te lo dicevo a occhi chiusi, soffrendo del
profumo dei tuoi capelli, quel profumo che
mi si è inchiodato in testa e ha
occupato tutta la memoria disponibile del
cervello: prerogativa degli odori, che sono
come virus e che una volta che ti hanno
posseduto non puoi più scalzare.
E tu mi sussurravi, carezzandomi
il capino: non fare così, non vorrei
mai questo. Non promettere cose che non
puoi mantenere. E invece, guardami, man!
I've done it! Perché ci sono tanti
modi per restare fedele a una persona che
si ama, non ne esiste uno solo: e questo
è il mio. Ok, ok! E' un po' castrante,
me ne rendo conto. E' da mentecatta, ha
detto qualcuno. Non sei normale, ha aggiunto
qualcun altro.
Orbene! se qualcuno mi vuole
spiegare come dovrebbero andare le cose
per i normali, davvero, si accomodi. Non
chiedo altro. Sempre che non abbia paura
di prendersi del *vero* pazzo dalla sottoscritta,
ovviamente. Sempre che non abbia paura di
sorprendersi a riconsiderare un pelino la
sua, di vita. E magari potrebbe finire a
raccontarmi del suo famoso lui o della sua
famosa lei, e di cosa provava, e di com'era,
com'era quando c'era lui o quando c'era
lei? Eh, com'era? Ah sì? E come ha
fatto ad andare avanti giorno dopo giorno,
dopo che il famoso lui o la famosa lei sono
spariti come il coniglio dentro al cilindro?
Esattamente, quale parte di sè ha
dovuto uccidere?
Eh?
Avanti che c'è posto.
Dammi un consiglio, cosa
mi metto stasera? Vestitino di raso blu,
quello che ti piaceva tanto? autoreggenti
e tacchi a spillo? esco con quello nuovo,
Alberto, del bar di fronte. Bel ragazzo,
occhi azzurri, poche idee ma precise. Stasera
mi ha promesso che sarà una serata
magica, e io ho detto sì, oh sì,
non vedo l'ora che sia stasera. Ero al bar
che prendevo il mio solito cappuccino, e
lui è uscito dal bancone per venirmi
a infilare una mano nello spacco della gonna,
per raggiungere il triangolino ricamato
delle mie mutandine, per solleticarmi con
l'idea, solo l'idea, di un ditalino bollente
come e più del cappuccio che stavo
bevendo. E mi ha soffiato nell'orecchio
un allettante programmino di ciò
che sarebbe seguito, ma non subito. Stasera.
E non vedo l'ora, oh certo.
Non ricordo se ti ho detto
che non smetto mai un secondo di pensare
a te.
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