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I pompini di tua sorella

Cara Francesca,
non so davvero come scusarmi per quello che è successo. Ho perso la testa in modo ingiustificabile e non pretendo comprensione da parte tua, né giustificazione. Sento però il bisogno, per il bene che ti voglio, di provare a spiegarti cosa è successo in me in quel momento. So che tu forse non hai voglia di ascoltare questa storia. Se fosse così, ti prego ti strappare questa lettera senza pensarci su due volte.

La verità è che tua sorella è un pezzo di fica colossale, ed anche una grande mignotta. Però è pure stronza. Una a cui piace il cazzo in generale, ma soprattutto quello del fidanzato della sorella. Lei, da pochi giorni dopo che ci eravamo messi insieme, ha cominciato a troieggiare con me. Prima lanciando sguardi ammiccanti e sorrisi ambigui, poi approfittando dei momenti in cui rimanevamo da soli per chiedermi consigli su come comportarsi con i ragazzi, anche nei momenti intimi, e su come io giudicassi lo sviluppo del suo corpo. Mi chiedeva se pensavo che il suo seno fosse abbastanza grosso, mi chiedeva se ai ragazzi piace molto farsi fare un pompino, oppure come riconoscere un ragazzo eccitato, e cose di questo genere. Io non te ne ho mai parlato in tutti questi mesi perché sapevo l’atteggiamento di sfida con cui tu e tua sorella vi rapportate e non avevo voglia di esasperare gli animi, tanto più che allora credevo che si trattasse soltanto di esuberanza adolescenziale e di manie di protagonismo.

Poi, un giorno, io ti aspettavo in camera tua perché eri andata a farti la doccia per uscire e me ne stavo buttato sul letto a leggere la rivista di musica. Mi ricordo che stavamo insieme da un paio di mesi, perché era la rivista del mese di dicembre, con una copertina natalizia. Lei è entrata senza accorgersi che io ero in camera tua, ed era senza maglietta e reggiseno, con le tettine al vento. Quando mi ha visto ha fatto un urletto e si è coperta il seno, dicendo che non immaginava io fossi là. Io mi sono sentito in terribile imbarazzo, anche se non avevo colpe, e le ho detto di non preoccuparsi. Lei, invece di andarsene, si è diretta verso il tuo armadio dove cercava una maglietta da mettersi. Una volta trovata, nonostante io fossi là, se l’è infilata, rimanendo a seno scoperto proprio davanti a me per il tempo necessario ad infilarsela. Mi ha detto: «Vabbè, tanto ormai mi hai vista! Eppoi le tette di una ragazzina non ti faranno certo scandalizzare, tu poi per me sei come un fratello, no?» Io l’ho rassicurata, ma in realtà avevo il cazzo in tiro, tanto che non appena tu sei tornata in camera dalla doccia, ancora in accappatoio, io ti ho preso da dietro, ti ho tirata su l’accapatoio, ti ho scostato le mutandine e ho cercato di scoparti. Ti ricorderai senz’altro quel momento, perché tu non volevi e mi hai rimproverato!

Tutto è peggiorato quando tu hai preteso, qualche mese dopo, che io le dessi ripetizioni di matematica, perché tua madre non ne poteva più delle sue insufficienze. E io ti ho dato retta. Solo che come immaginavo lei pensava a tutto tranne che ai numeri. Mentre io parlavo e scrivevo lei mandava messaggini. Un giorno mi fa: «Vuoi vedere una foto scattata col cellulare da una mia amica che fa un pompino al ragazzo?» Io rimango basito di fronte alla domanda e le dico: «Ma non ci credo neanche un po’ che le tue amiche si fanno fotografare mentre fanno ‘ste cose». «Ah no?» mi fa lei, «guarda qua!» E mi mostra questa foto con una ragazzina biondina, con un piercing al naso, che ha in bocca l’uccello dritto di uno, di cui non si vede la faccia, ma solo dei pantaloni calati con delle catene sparse. E io, che sono diventato tutto rosso, ho fatto l’errore, perché è stato davvero un errore, perché da lì è partito tutto, di chiederle se pure lei facesse cose del genere. «Quali cose intendi ? I pompini o le foto? I pompini non li ho mai fatti, ma ci sto riflettendo su… magari comincerò. Le foto sì che le faccio, però le faccio vedere solo dal mio telefonino, col cavolo che le do ad altri o le metto su internet come certe sceme. Io me le tengo e se qualcuno le vuole vedere lo deve chiedere a me». A quel punto purtroppo, tu devi capirmi, sono pur sempre un uomo, alla matematica non pensavo più per niente, la ragazzina mi aveva intrappolato nel suo gioco perverso. Io sapevo che lei voleva arrivare a mostrarmi le sue foto, ma lei voleva anche che fossi io a chiederglielo, ad espormi. Ed avrei dovuto farlo nel modo giusto, non in modo stupido. «Allora dai», le dissi, «fammi vedere queste foto che ti sei fatta, in fondo sei una ragazza mica una bambina». E quella fu la chiave che la convince ad accondiscendere alla mia richiesta. Senza dire una parola di più prese il cellulare, schiacciò un paio di tasti, e mi mostrò una foto di lei ed una sua amica, non quella di prima che faceva un pompino al ragazzo, un’altra, tutte e due nude, in piedi, l’una accanto all’altra, in posa, sorridenti. Io non riuscivo a staccare lo sguardo da quelle foto, con le due adolescenti, magre e longilinee, con le tettine in formazione ma già bene accentuate, coi capezzoli rosa ancora tutti freschi, lisci e delicati, con il pelo della fichetta ancora corto e di colore chiaro, con le labbra rosse carnose e gli occhi appena truccati con un po’ di matita. «Ti piace?», domandò lei, facendomi saltare sulla sedia. «Se ti va la prossima volta te ne faccio vedere altre. Ora vado di là in camera mia, ciao». E se andò lasciando la lezione di matematica neanche a metà, con il mio cazzo durissimo. Per fortuna che in quel periodo avevamo cominciato a scopare noi due, perché venni di filato da te, che te ne stavi in camera tua a studiare, ti chiusi il libro da sotto gli occhi e ti piazzai il cazzo davanti alla bocca senza dire neanche una parola. E così tu mi facesti quel pompino straordinario, che ti ricorderai sicuramente, perché fu quella la volta che non riuscisti ad ingoiare la mia sbobba e ti cadde uno schizzo sulla maglietta e ci mettesti un sacco di tempo per pulirla, per evitare di andare in giro con la maglietta scolata di sborra.

Nel giro di un paio di ripetizioni di matematica, che non ottennero nessun risultato sui voti di tua sorella, lei mi mostrò tutte le foto del suo archivio personale: il suo corpo non aveva praticamente più segreti. «E tu non me lo fai vedere il tuo coso?» mi domandò a bruciapelo lei appena ebbi finito il tour fotografico. «Eh? Ma sei matta?» «Perché matta? Scusa, io ti ho fatto vedere le mie foto, tu che non ne hai di foto fammi vedere il tuo coso, no? Mica ti vergogni, lo sai che per me sei come un fratello, no?» Lì io sbagliai, lo so amore mio, e non pretendo che tu mi perdoni, sbagliai di brutto, perché avrei dovuto dirle di no, che non se ne parlava neppure di andare oltre quella complicità giocata. Però non ce la feci, perché tu in quel periodo mi dicevi sempre che avevo un gran bel cazzo, che lo trovavi perfetto, ed io me ne stavo convincendo, ed avevo voglia di mostrarglielo. E fu così che lo tirai fuori davanti a lei, tutto in tiro, bello liscio, dritto e scappellato.

Tua sorella rimase a bocca aperta, occhi lucidi, a guardarselo. Poi senza dire una parola abbassò la testa e se lo mise in bocca. Lo ingollò tutto quanto fino a che quasi non si strozzava, poverina, era la prima volta che prendeva un cazzo in bocca e non aveva idea di dove fermarsi. Poi iniziò a succhiare senza muovere le labbra. Ed allora io le spiegai bene cosa avrebbe dovuto fare, come muoversi per dare piacere ad un ragazzo, le spiegai, poi, dopo, cosa fare con la sborra: la devi ingoiare per bene, tutta giù la devi mandare, sennò fai la figura della ragazzina cretina. E lei bevve tutto fino all’ultimo goccio di quella che fu la più abbondante sborrata della mia vita. Quando rialzò la testa aveva una faccia soddisfatta.

Ora, tu puoi incolparmi di averti tradita e di averlo fatto con tua sorella, che è gravissimo ed io lo so. Però a me pare ingiusto che tu mi accusi di essere stato io a spingere tua sorella a fare quello che ha fatto, come se averle insegnato a fare i pompini significasse pure averla incitata a succhiarlo a tutta la classe. Io non potevo immaginare la cosa, e quando ho visto le foto che lei stessa aveva scattato non riuscivo a crederci. In due soli giorni di scuola si era fatta riprendere con la macchinetta fotografica del telefonino con in bocca il cazzo di 16 ragazzi, tutti compagni di classe, ben felici di quella loro fortunata apparizione nell’album fotografico, visto che si sono svuotati le palle a turno nella gola di tua sorella.

I tuoi genitori sono incazzati perché l’hanno dovuta portare al pronto soccorso a fare la lavanda gastrica ed è venuta fuori l’infermiera a raccontare come stavano i fatti, e non ha impiegato mezzi termini, ci è andata giù dura. Tua sorella non ha retto al loro durissimo interrogatorio neanche tre minuti, dando tutta la colpa a me. E d’altronde quei voti bassi in matematica nonostante le ripetizioni dovevano pure significare qualcosa.

Mi dispiace, che posso dire di più? Forse, l’unica cosa che posso dire per sperare di tornare assieme a te, è che tu lo succhi meglio, ma molto meglio di lei.

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