Il motoraduno
di Carlettobruni
Accadde quell’unica
volta che partecipai a un motoraduno; nei
pressi di Rimini.
Non ricordo se nell’86
o nell’87; ma forse era già
l’88. Quello che invece ricordo con
assoluta certezza è il mese: giugno;
intorno alla metà di giugno, per
l’esattezza. Lo ricordo bene, perché
veniva al termine di periodo terribile per
me. Enormi difficoltà sul lavoro
che da sole mi avevano portato sull’orlo
di molte crisi di nervi; in più le
conseguenze di una storia con la moglie
di un mio collega. Lui era venuto a conoscenza
della cosa e, pur mantenendo un dignitoso
aplomb da cornuto sofferente, era diventato
un mio implacabile detrattore. In famiglia
l’atmosfera era più pesante
del solito standard (che già era
piuttosto elevato a cose normali), perché
mia moglie, anche senza avere notizie certe,
aveva percepito un forte odore di bruciaticcio.
Insomma alle soglie di quell’estate
ero una corda di violino tesa fino quasi
al punto di rottura, che reagiva fuori misura
ad ogni minimo stormire di vento.
Bene. Io, motociclista da
sempre, figlio di motociclista, che nella
mia indole un po’ anarchico-individualista
avevo sempre snobbato i motoraduni, quel
giugno decisi che era giunto il momento
di cogliere l’occasione per fare questa
nuova esperienza. Non tanto perché
mi fosse sorto l’irrefrenabile desiderio
di aggregarmi a una turba di smanettoni,
ma perché mi si offriva un’occasione
per lasciarmi alle spalle, almeno per qualche
giorno, città, lavoro, moglie, figli,
bollette, colleghi cornuti e mogli troie
di colleghi cornuti.
Partii un venerdì mattina
di buon’ora, una di quelle fresche
e luminose mattine di giugno, ghiotte promesse
di estate, con un cielo così azzurro
e profondo che mi pareva di averci la testa
infilata dentro. Ero soltanto al casello
dell’autostrada che già mi
avvertivo i primi benefici effetti sull’umore.
Mi gettai in autostrada come un falco in
picchiata e feci almeno un centinaio di
chilometri senza scendere mai sotto i 170
all’ora, nemmeno sul tratto appenninico.
Dopo, placato, rallentai fino ad adagiarmi
su una velocità di crociera da Panda
in rodaggio, viaggiando con la visiera alzata
per godermi il vento in faccia. E me lo
godetti fino all’arrivo, insieme a
una carta geografica di insetti di vario
calibro spiaccicati sulle lenti dei miei
occhiali da sole.
Arrivai al punto di raccolta,
dove mi indicarono un campeggio poco lontano,
riservato ai partecipanti. Di partecipanti
non ce n’erano ancora molti, ma mi
resi subito conto che non avrei avuto modo
di fare molte amicizie. C’erano ragazzotti
con moto stradaiole da pieghe, vocianti
e già pieni di birra ancora prima
di mezzogiorno; altri erano coppie per benino,
con la moto più costosa sul mercato,
che indossavano l’abbigliamento più
chic, possedevano i caschi più cari
e si esibivano come modelle in passerella.
E poi c’era un gruppetto di età
variabile tra i venti e i sessanta, lunghi
capelli incolti, vestito con giacche di
pelle nera con borchie e teschi. Un po’
selvaggi “de noantri”. Uno di
loro, barbuto e supertatuato, che emanava
anche a distanza un forte odore di concimaia,
esibiva un bell’adesivo di San Cristoforo
attaccato al cruscotto della rombante e
aggressiva Harley Davidson, nera come l’inferno.
Questa casuale aggregazione
di gente così diversa, unita solo
dal piacere di possedere e qualche volta
usare una motocicletta, mi piaceva e mi
faceva provare una astratta ma fraterna
solidarietà nei confronti di tutti.
Mi sentivo rilassato per la prima volta
da mesi. Mi cercai un angolo che fosse un
po’ più appartato e lo trovai
sotto un giovane platano solitario, alla
cui ombra montai rapidamente il mio igloo.
Intanto la brezza di giugno proveniente
dal mare, transitando dalla cucina del ristorante
del campeggio, mi portava un fumoso aroma
di carne alla brace che risvegliò
il mio appetito in una misura che non provavo
almeno da settembre dell’anno precedente.
Dopo il pranzo a base di braciole
di mammuth, tornai alla mia tenda e feci
due scoperte: non era più all’ombra,
proprio nell’ora di maggior bisogno,
quella più calda; avevo un vicino
che aveva montato la tenda sotto lo stesso
platano, e lui sì, che era opportunamente
all’ombra. La tenda era una vecchia
canadese lisa e stinta, la moto una veterana
Guzzi, nemmeno troppo ben tenuta. Da quegli
indizi immaginai che il mio vicino fosse
una coppia di mezza età alla ricerca
di nostalgici ricordi e perdute (o forse
sempre conservate) abitudini di gioventù.
Beh, almeno non sarebbero stati dei vicini
troppo rumorosi.
Mentre continuava ad affluire
sempre più massiccia la truppa di
motociclisti, montai in sella al mio fedele
cavallo e me ne andai a fare un tour personale
e anarchico lungo la costa in direzione
sud.
Me ne stetti fuori tutto il
pomeriggio, andai a fare il turista a Pesaro
e Fano, che non conoscevo, quindi mi fermai
a cenare in una pizzeria sulla strada del
ritorno, dalle parti di Cattolica, se ben
ricordo. Rientrai al campeggio che da già
si era fatto buio. Lo trovai agitato da
capannelli chiassosi e ridanciani, molto
allegri, festosi e avvinazzati. Se fossi
rimasto lì, invece di fare il cavaliere
della valle solitaria, certamente avrei
fatto qualche conoscenza; avrei potuto aggregarmi
e condividere tutta quell’allegria,
andare poi a dormire piacevolmente avvinazzato.
Invece mi comportavo sempre da asociale
inguaribile snob, me lo rimproverava sempre
anche mia moglie. Ma mi sentivo rilassato
e sereno, una sensazione che avevo dimenticato
da tempo immemorabile: mi andava bene così.
Mi diressi verso l’angolo
appartato che ospitava la mia tenda, il
fascio di luce del fanale della moto illuminò
per un attimo una figura seduta in terra,
appoggiata al platano. Vidi il riflesso
di un paio d’occhiali e il puntino
rosso di una sigaretta che divenne più
luminoso dopo che il fascio di luce fu passato
oltre. Dopo tutto il mio vicino non era
una coppia di mezza età, ma un altro
personaggio schivo e forse snob. Parcheggiai
la moto vicino al mio igloo, poi percorsi
i dieci passi che mi separavano dal platano.
“Scusa se ti ho disturbato
con il fanale.”
Stavo per concludere l’intera
giornata senza avere scambiato una parola
con qualcuno che non fosse un cameriere.
Un po’ di inutile conversazione prima
di andare a letto era quello che ci voleva,
magari solo per non confermare le opinioni
di mia moglie su di me. E poi, in fondo
non eravamo tutti lì per socializzare?
“Vuoi una sigaretta?”
fu il suo modo di rispondere alla mia iniziativa
socializzante.
“Grazie, perché
no? Di solito non fumo, ma un’eccezione
si può fare”. Mi feci accendere
la sigaretta e mi sedetti accanto a lui.
Nella semioscurità vidi che era sulla
trentina, portava occhiali da vista con
montatura di metallo leggera. Un professorino,
mi sembrava un po’ fuori posto, come
la sua tenda lisa e la moto antiquata ma
non ancora d’epoca, solo vecchia.
Fumammo in silenzio per qualche
minuto poi, visto che era un conversatore
anche peggiore di me, mi decisi a rompere
il ghiaccio.
“Non ti aggreghi alla
baldoria generale?”
“Mah. Non voglio apparire
serioso, ma non è il genere di baldoria
che mi diverte. E nemmeno te, mi sembra.”
“Sì, nemmeno
io mi diverto molto in circostanze come
queste. E’ la prima volta che vengo
a un motoraduno. E’ stato solo un
pretesto per staccare qualche giorno da
una quotidianità che negli ultimi
mesi è stata un po’ pesante.
E te? Cos’è che ti ha portato
fin qua?”
“L’ultima volta
che sono venuto a un raduno è stato….(ci
pensa un attimo aspirando la sigaretta)
otto anni fa. Sì, otto, avevo ventuno
anni. C’ero venuto con altri tre amici
e c’eravamo divertiti molto. Forse
sono venuto per nostalgia, per il desiderio
di fare una specie di pellegrinaggio nella
mia gioventù; tra due settimane mi
sposo”.
“Beh, complimenti. Ti
assicuro però che queste cose si
possono fare anche dopo sposati. Io sono
sposato da quindici anni, ho due figli,
eppure sono qui anch’io”.
“Già, ma per
evadere, se ho ben capito”.
Ridemmo cortesemente; poi
continuammo a conversare ancora per un’oretta.
Parlammo di donne, di matrimonio, del logorio
della vita moderna, di lavoro, di motociclette,
di calcio e di quant’altro due italiani
degli anni ottanta, assolutamente estranei
tra loro, potevano parlare sotto un cielo
stellato di giugno.
Alla fine ci trovammo d’accordo
che la mattina dopo invece di intrupparci
con gli smanettoni lungo le strade dell’entroterra
riminese e del Montefeltro ce ne saremmo
andati a prendere il sole sulla spiaggia
di fronte al campeggio e, se la temperatura
dell’acqua fosse stata accettabile,
avremmo fatto anche il primo bagno della
stagione. Solo quando ero mi già
infilato nel sacco letto e stavo per prendere
sonno mi ricordai che non ci eravamo nemmeno
presentati.
Come convenuto la mattina
dopo ci trovammo al bar di fronte alla spiaggia
a fare colazione, dopo che il possente coro
delle marmitte si era allontanato oltre
la gettata delle nostre capacità
uditive. Mi ero svegliato felice di scoprirmi
lì invece che nel mio letto di casa,
sobriamente euforico di tanta libertà.
Ci ricordammo di presentarci, si chiamava
Walter e veniva da Trieste. Di giorno l’aria
da professorino si stemperava in quella
da bravo ragazzo, riservato, un po’
timido.
La spiaggia di giugno, nonostante
il fine settimana radioso, non era affollatissima
e ospitava soprattutto coppie anziane e
mamme con bambini in passeggino. Ci mettemmo
in costume e ci sedemmo a prendere il sole
già estivo. Anche fisicamente Walter
aveva qualcosa di adolescenziale: pelle
liscia, pochi peli castano chiaro, come
i capelli, fisico più magro che asciutto.
La mattinata trascorse in
modo piacevole. Pigramente sdraiati sui
nostri asciugamani a prendere il sole parlammo
a ruota libera senza che nessuno di noi
due si sentisse obbligato a tenere desta
la conversazione. Alla fine questo ci rese
sciolti, e perciò più loquaci
e disponibili alla confidenza, se non alla
confessione. Mi lasciai andare e gli vomitai
addosso tutti i guai dell’ultimo anno,
compresa la squallida vicenda della moglie
troia del collega cornuto con aplomb. Anche
Walter si confidò parlandomi della
sua famiglia, ma soprattutto dell’accelerazione
improvvisa che aveva avuto la sua vita nel
corso di pochi mesi: prima la laurea in
ingegneria, poi subito un lavoro di grossa
responsabilità; infine il matrimonio
con Irene tra due settimane. Il vero motivo
della sua fuga al raduno di motociclisti
con una tenda presa in prestito e la vecchia
moto di suo padre, alla fine, non era molto
dissimile dal mio: il bisogno di una breve
sosta “altrove”. Mi parlò
molto a lungo della sua quasi-moglie, con
la quale evidentemente c’era un legame
molto solido e profondo. Stavano insieme
fin da giovanissimi, da oltre dieci anni.
Un leggero pizzicore alla
pelle ci fece rendere conto che stavamo
al sole da ore e rischiavamo davvero una
bella scottatura. Soprattutto Walter, con
la sua glabra pelle nordica. Ci tuffammo
per una breve nuotata in un mare a temperatura
non propriamente estiva; quindi ancora in
costume andammo a mangiare in una trattoria
sulla spiaggia. Non ricordo esattamente
cosa mangiammo, ricordo solo che il cibo
era tanto, era romagnolo ed era grasso;
ma soprattutto che lo innaffiammo con molto,
molto sangiovese. Al momento di alzarci
da tavola la testa e le gambe ci suggerirono
di andare a metterci sdraiati da qualche
parte. Ancora al sole sulla spiaggia non
era il caso, restava il campeggio, che del
resto era a pochi passi. Arrivati più
o meno barcollanti alla tenda: amara sorpresa
(per me). Il mio igloo stava ribollendo
sotto il sole delle due; impossibile pensare
di entrarci a riposare e fare la pennichella.
Mi sedetti a terra e mi appoggiai al tronco
del platano, deciso a schiacciare lì
il mio sonnellino. Walter si tuffò
(o cadde semisvenuto) dentro la sua logora
canadese, che stava godendo della preziosa
ombra dell’alberello. Dopo qualche
attimo sentii la sua voce un po’ strascicata
da avvinazzato che mi diceva:
“Dai, prendi il materassino
e vieni qua dentro, che si sta bene. E’
una tenda da tre posti, ci stiamo.”
Ero già mezzo addormentato,
mi ci volle un minuto per capire chi aveva
parlato, un altro minuto per realizzare
quello che aveva detto, tre minuti per alzarmi
e altrettanti per prendere il materassino,
portarlo nella tenda di Walter accanto al
suo e caderci pesantemente sopra. Dopo di
che mi ci vollero circa otto secondi per
schiantarmi in un sonno nero e profondo.
Non saprei dire quanto tempo
sono rimasto sprofondato in questa catalessi
prima che la mia coscienza si risollevasse
a livello di un confuso dormiveglia, durante
il quale ripresi una vaga consapevolezza
di dove mi trovavo, con chi e in quale circostanza.
Rimasi ad occhi chiusi a godermi il quieto
intorpidimento del caldo, dell’inattesa
vacanza, del vino, della digestione. Ma
avvertivo qualcosa che moderava il mio torpore,
e lo rendeva meno intenso; qualcosa d’inconsueto
vicino a me e che non percepivo con uno
dei cinque sensi, ma sentivo nell’aria.
Non senza fatica socchiusi appena gli occhi
e quello che vidi nella fessura tra le ciglia
mi lasciò esterrefatto. Walter stava
appoggiato sul gomito e osservava il mio
sesso fasciato nello slip, mentre una mano
scorreva lenta su un membro piccolo e ben
fatto, liberato dal fastidio del costume
abbassato alle ginocchia. Non feci in tempo
a riprendermi da quella sorpresa che subito
ne ebbi un’altra, questa volta non
da Walter, ma dal mio uccello, che cominciò
inopinatamente a indurirsi. “Cosa
fai? Stai giù, stai giù!”
mi dicevo dopo avere subito richiuso gli
occhi. Niente da fare, anche ad occhi chiusi
continuavo a rivedere la scena di Walter
che si masturbava con scientifica lentezza,
mentre sentivo che il mio pene continuava
a pulsare e ingrossarsi. Ecco, stava per
arrivare all’elastico dello slip,
Walter non può non essersene accorto;
c’è arrivato, lo supera, si
fa strada per uscire, la punta adesso è
fuori, tutto il glande è oltre l’elastico.
Sono eccitato e imbarazzato al tempo stesso.
Mi chiedo cosa stia facendo Walter, immagino
che a vedermi così la sua eccitazione
sia ulteriormente aumentata. Mi manca il
coraggio di aprire gli occhi e guardare
la realtà. L’indecisione dura
poco: un tocco leggero e inaspettato, una
carezza quasi timida mi strappa un gemito
e mi costringe a mettere fine alla finzione.
Apro gli occhi e guardo Walter; lui interpreta
come un’autorizzazione il mio sguardo
e il precedente gemito di piacere. Forse
lo erano.
“Lasciati andare”
mi dice in sussurro sorridente mentre mi
abbassa il costume; poi mi afferra il pene
e comincia a muovere la mano con la stessa
studiata lentezza con la quale lo faceva
prima su di sé. Mi piace, mi piace,
ma non riesco a lasciarmi andare del tutto.
Vedo a portata di mano il suo piccolo membro
nella gloria di una possente erezione. “Forse
si aspetta che io faccia altrettanto”
penso, ma non me la sento. Cerco di seguire
il suo consiglio e di lasciarmi andare al
tocco della sua mano, che sembra sapere
molto bene come prolungare il piacere, quando
accelerare e quando fermarsi un attimo per
impedire la fine del gioco. Finalmente mi
arrendo alla sua carezza e per giustificare
ai miei occhi questo abbandono mi dico che
da almeno una decina di giorni non faccio
sesso, e che in fondo una mano che masturba
è sempre una mano che masturba, a
chiunque appartenga. Adesso non è
più solo una mano, è la punta
di una lingua quella che sfiora leggera
il frenulo e mi strappa un gemito ancora
più forte. Una lingua sapiente che
si fa più audace, scorre lenta lungo
l’asta fino ai testicoli e poi risale.
Ed è una bocca, una bocca a quel
punto attesa e desiderata, quella che avvolge
il mio membro e lo succhia e lo lappa con
forza e delicatezza. Ormai è solo
il desiderio di sesso quello che m’invade
il cervello, comanda e muove le mie azioni.
Allungo la mano a cercare il suo sesso rigido.
“In fondo non è molto grosso”
mi dico, come se questo rendesse il mio
atto meno “da omosessuale”,
e comincio a masturbarlo con la frenesia
che sgorga dal piacere che Walter sta dando
a me. Il mio gesto, forse inatteso, gli
provoca come una scossa che si trasmette
dalla sua bocca al mio membro. Un brivido
mi corre lungo la schiena, fino ai testicoli
e un orgasmo dirompente gli riempie la bocca.
Non ho ancora finito di venire che avverto
gli spasmi del suo piacere e un abbondante
fiotto liquido colpisce il mio braccio e
bagna la mia mano.
Col respiro affannoso restammo
ancora nella posizione nella quale ci aveva
fulminato l’orgasmo. Sentivo il suo
membro nella mia mano bagnata e appiccicosa
farsi tenero e ancora più piccolo;
mentre il mio si stava riducendo, annegato
nella sua bocca piena del mio sperma.
Ci separammo per rimetterci
supini sui materassini. Walter mi porse
dei fazzoletti di carta con i quali pulii
la mia mano, mentre lui si asciugava le
labbra.
“Questa proprio non
me l’aspettavo” fu tutto quello
che riuscii a dire mentre mi tiravo su il
costume.
“Se devo essere sincero
nemmeno io” fu la sua risposta. Mi
chiesi se fosse davvero sincero.
“Non ti è piaciuto?”
mi domandò mentre uscivo dalla sua
tenda col mio materassino.
“Anche troppo”
fu la risposta che mi uscì di getto,
prima che riuscissi a trovarne una più
diplomatica.
Ora che l’eccitazione
era passata mi sentivo sconcertato; dovevo
elaborare quello che era successo. Troppo
forte era stata la sorpresa per le mie impreviste
reazioni di fronte all’approccio di
Walter. Mi vestii velocemente, presi la
moto e uscii dal campeggio proprio nel momento
in cui rientrava la rumorosa truppa dei
motoradunisti dal tour nel Montefeltro.
A caso mi diressi verso nord, in direzione
Cesenatico-Cervia. Niente più di
un giro in moto può favorire un reset
mentale. Soltanto dopo pochi chilometri
mi avvertivo la piacevole sensazione di
sentirsi scarico, nella testa e nelle gonadi.
Non pensavo già più a quello
che era successo e che mi aveva turbato
appena qualche decina di minuti prima.
Rientrai al campeggio per
l’ora di cena. Soltanto allora Walter
e quello che era successo con lui tornarono
ad essere al centro dei miei pensieri e
anche di qualche interrogativo su di me
e sulle mie reazioni. Ancora una volta lo
trovai seduto in terra, appoggiato al platano.
A vederlo provai una strana e controversa
sensazione, un misto di imbarazzo e di eccitante
e virile complicità.
Fu lui a rivolgermi subito
la parola non appena sceso dalla moto.
“Che ne dici se andiamo
a mangiarci una pizza? Mi è stata
consigliata una pizzeria qua vicino che
pare faccia delle quattro stagioni formidabili”.
Rimasi stupito della sua assoluta
imperturbabilità, proprio mentre
io invece stavo faticando a mantenere la
mia e continuavo a chiedermi se non stesse
uscendo una qualche mia natura finora rimasta
sepolta. Certamente non potevo negare a
me stesso che l’esperienza mi era
piaciuta, e mi era piaciuta molto.
“Mi sembra un’ottima
idea” risposi con finta disinvoltura.
Al tavolo, in attesa della
pizza, sorseggiando una birra di proporzioni
bavaresi, riuscii a trovare il coraggio
di sputare il rospo:
“Non so cosa mi sia
preso oggi, ma, senza offesa, io non sono
omosessuale.
Ma è vero che tra una
settimana ti sposi? Oppure me lo hai detto
per abbassare le mie difese?”
“Tra due settimane mi
sposo, non una. E nemmeno io sono omosessuale.”
La sua risposta mi sconcertò.
Tutto qui quello che aveva da dire? Liquidava
la cosa così, come se fossimo due
ragazzini che si sono fatti una sega di
nascosto?
“Ah non sei omosessuale?
E allora quello che è successo oggi
come lo chiami?”
“Imprinting” rispose
serafico, senza aggiungere altro.
Il mio stupore aumentò,
stava quasi per sfociare in irritazione,
ma il cameriere con le pizze prevenne ogni
mia replica. Dovetti aspettare che si fosse
allontanato prima di formulare la più
logica e conseguente delle domande:
“Mi puoi spiegare questa
storia dell’imprinting, o sono troppo
indiscreto?”
Rimase un attimo in silenzio
a riflettere mentre masticava il suo primo
boccone di quattro stagioni, poi rispose:
“Per la verità
sì, sei un po’ indiscreto,
perché mi chiedi qualcosa che solo
due… tre persone conoscono. Ma posso
anche raccontartelo, tanto sei uno sconosciuto
e quando ripartiremo da qui non ci vedremo
più. E poi credo anche di dovertelo.
L’imprinting di cui
parlo è ovviamente quello sessuale.
A diciotto anni ero ancora un bambinone,
figlio unico di genitori anziani, in un
ambiente un po’ vittoriano dove era
sconveniente anche solo accennare ad argomenti
che avessero lontanamente a che vedere col
sesso. Non avevo ancora un orientamento
sessuale di alcun tipo, sfuggivo le ragazze
perché ne avevo paura, con gli amici,
che poi erano solo qualche compagno di scuola,
ero più che riservato. Mi trovavo
questo coso tra le gambe sempre in tiro
e mi causava un confuso w costante disagio.
Mi ero accorto che a letto, strofinandolo
contro le lenzuola a pancia in giù,
succedeva una strana cosa che mi lasciava
bagnato e pacificato per un po’. Ed
era anche molto, molto piacevole, ma non
sapevo se era una cosa da fare, se fosse
moralmente giusto, se fosse dannoso alla
salute. Soprattutto non sapevo a chi domandarlo.
Ero arrivato all’anno della maturità
liceale ancora puro nel cuore e illibato
nel corpo, passando indenne tra le tentazioni
delle mie coetanee e l’esuberanza
testosteronica dei miei coetanei.”
Lo diceva sorridendo, in tono
scherzoso, come se la cosa adesso gli apparisse
molto divertente. Io pensai che se una cosa
del genere fosse capitata a me ora sarei
molto incazzato e pieno di rimpianti per
tutti gli anni sprecati.
“Proprio in preparazione
per l’esame di maturità cominciai
ad andare a lezione d’italiano e di
storia, dove ero stato sempre un po’
debole, da un professore che abitava due
piani sopra al nostro appartamento. Era
un uomo sulla quarantina, molto simpatico
e cordiale, che trattava i ragazzi come
me senza alterigia, alla pari. Era una di
quelle persone che ti fanno sentire sempre
a tuo agio, che hanno sempre l’atteggiamento
giusto e la parola giusta per accorciare
le distanze.
Immagino che ora tu cominci
a capire.”
Infatti adesso cominciavo
a intuire la storia dell’imprinting.
“Senza farla tanto lunga,
ti dirò che nel corso dei mesi durante
i quali con regolarità bisettimanale
sono andato a lezione, ha saputo sedurmi
in modo talmente abile da portarmi ad avere
rapporti sessuali con assoluta naturalezza,
come se fosse la logica evoluzione del rapporto
di confidenza e di amicizia che si erano
stabiliti tra noi. Non ha avuto fretta,
mi ha accompagnato senza mai forzarmi lungo
il percorso che porta dai primi “casuali”
sfioramenti e toccamenti fino ai contatti
più spregiudicati. Questa è
stata la mia prima vera scoperta del sesso.
Ricordo che verso la fine dell’anno
scolastico la lezione era divenuta ormai
solo un pretesto per incontrarsi e infilarsi
nel suo letto”.
Il racconto della sua iniziazione
sessuale mi stupiva e un po’ mi eccitava.
Mi veniva da fargli un sacco di domande;
non sapevo da quale cominciare.
Alla fine mi decisi per la
più banale:
“Quindi è questo
imprinting che ora ti porta a cercare rapporti
omosessuali, come hai fatto con me”.
Scosse la testa con aria paziente.
“No, non è proprio
così automatico. Una volta, dopo
che per l’ennesima volta mi aveva
sodomizzato, domandai al professore se dovevo
ormai considerarmi un omosessuale. Mi rispose
che non potevo saperlo finché non
mi fossi innamorato. Sosteneva che fare
sesso nelle condizioni giuste è sempre
piacevole e appagante, anche tra maschi
o tra femmine, se non si hanno troppi tabù
e pregiudizi nella testa. Quando c’innamoriamo
sul serio il sesso assume un significato
del tutto diverso; così se mi fossi
innamorato di un uomo avrei scoperto di
essere un omosessuale, se mi fossi innamorato
di una donna avrei scoperto di essere eterosessuale.
Oppure mi sarebbe potuto capitare quello
che è successo a lui, bisessuale
perfetto, che non s’innamora né
di donne né di uomini, ma desidera
il sesso sia con gli uni che con gli altri.
Se li trova attraenti, naturalmente.
All’esame di stato fui
molto brillante anche in italiano e storia,
quindi anche le lezioni erano servite; i
miei genitori furono molto contenti che
continuassi a mantenere l’amicizia
col mio vicino professore. Così abbiamo
continuato a vederci ancora per qualche
mese, fino alle feste di dicembre, mi pare.
Poi all’università ho incontrato
Irene e tutto è cambiato, mi sono
innamorato pazzamente di lei ed ho finalmente
trovato anche la mia autentica identità
sessuale”.
“E allora l’imprinting
in cosa consiste? Vuoi dire che ti sei sentito
spinto verso di me da una specie di richiamo
della foresta?”
“Più o meno è
così. Vedi, adesso capisco che nonostante
le sue belle parole e le sue teorie, il
professore mi ha usato e forse abusato di
me. Tuttavia non posso impedirmi di avere
di quell’esperienza un ricordo tenero
e piacevole. Mi evoca un periodo di eccitanti
scoperte, di una tardiva uscita da un bozzolo
che mi soffocava, di necessarie trasgressioni
che fino a quel momento non ero stato capace
di commettere, di conquista di un’autonomia.
E’ stato un passaggio obbligato per
lo sblocco della mia sessualità.
Probabilmente se la mia iniziazione fosse
avvenuta con una donna ne sarei rimasto
ancora più traumatizzato. Lui, in
quanto maschio, capiva le paure, le titubanze
e le emozioni di un adolescente maschio
e poteva gestirle senza mai suscitare in
me idee di peccato o sensi di colpa. Non
ho mai avuto la sensazione di compiere qualcosa
di perverso.
Certo, un imprinting ogni
tanto torna a galla e si manifesta. Quando
mi capita di imbattermi in un quarantenne
che in qualche modo mi ricorda il professore
scatta quello che tu chiami “il richiamo
della foresta”.
Era la prima volta che mi
trovavo di fronte in prima persona al racconto
dello svilupparsi di un desiderio sessuale
tra maschi; mi sentivo un po’ confuso
dal suo ragionamento, anche se intuivo una
sua logica lucidità.
“Ma allora” domandai
“vorresti dire che tra noi due l’omosessuale
sarei io?”
Sbottò in una risata
che gli mandò di traverso l’ultimo
boccone di pizza. Era la prima volta che
lo vedevo ridere, notai.
“No, no” affermò
convinto, quando si riprese. “Al massimo
potresti considerarti bisessuale. Penso
invece che avesse ragione il professore
quando affermava che nelle condizioni giuste
il sesso è sempre piacevole e appagante,
anche tra maschi, se non si hanno troppi
tabù e pregiudizi nella testa. Il
sole, il cibo, il vino e poi l’eccitazione
hanno rimosso i tuoi tabù; il resto
è venuto da sé. E’ la
cosa più naturale del mondo, credimi”.
Mi sentii tranquillizzato
dalla sua risposta, mi sembrava convincente;
ma riflettendo su tutto il suo racconto
mi sorgevano delle domande. Walter si era
dimostrato molto disponibile a raccontarsi,
ma temevo di urtare la sua sensibilità
mostrandomi troppo curioso. Tuttavia non
riuscii a impedirmi di domandargli:
“E lo senti spesso questo
richiamo della foresta?”
Rise, rilassato e divertito.
“Dipende da cosa intendi
per spesso. Diciamo che può capitare
una o due volte l’anno. Qualche volta
nemmeno una. Ma sono episodi che si esauriscono
appena tolto lo sfizio. Non lasciano conseguenze.”
“E con Irene? E’
complicato tenerle nascosto questa specie
di doppia vita, sia pure episodica?”
“Irene sa tutto, non
le tengo nascosto proprio nulla.”
Lo stupore sulla mia faccia
doveva avere qualcosa di comico, perché
Walter rise ancora più forte di prima.
“Vuoi dire che la tua
fidanzata quasi moglie sa che di quando
in quando tu vai a scopare con un maschio
e non ci trova nulla da ridire? Non è
gelosa?”
Mi rendevo conto io stesso
che il mio tono era comicamente scandalizzato,
ma lui non ci trovò niente da ridere,
anzi si fece molto serio.
“Tra me e Irene non
ci sono segreti. Tra noi c’è
un’intesa totale e un’integrale
accettazione reciproca. E’ gelosissima,
ma delle altre donne, non di un uomo. Sa
di questo mio impulso, ne conosce la ragione,
è consapevole che non toglie nulla
al nostro amore e alla solidità del
nostro rapporto. Nel pomeriggio, mentre
eri fuori in moto l’ho chiamata e
le ho raccontato in tutti i dettagli il
nostro incontro. Si è molto divertita
mentre descrivevo la tua faccia stupita”.
Adesso tutto mi era chiaro.
Uscimmo dalla pizzeria e passeggiammo
sul lungomare chiacchierando come vecchi
amici senza tornare sull’argomento.
Accade spesso che le confidenze più
intime si rivolgono proprio a degli sconosciuti,
e anch’io mi ritrovai a rivelare fatti
e episodi del mio passato che non avevo
mai confessato a nessuno. Si era creata
una strana intimità fra noi, un’intimità
che ormai includeva pacificamente anche
una complicità sessuale.
Quando tornammo al campeggio
vi trovammo un’atmosfera allegra e
cameratesca: capannelli di partecipanti
al raduno si erano aggregati a bere, chiacchierare,
raccontare storielle e barzellette. Un cinquantenne
bolognese con barba, capelli e giacca con
frange alla Buffalo Bill, con il quale avevo
scambiato alcune battute al momento del
mio arrivo ci vide e ci invitò a
bere con il suo gruppetto. Ci fermammo e
passammo due ore davvero divertenti. Al
momento di andare a letto promettemmo di
aggregarci a loro per il tour del giorno
dopo a Ravenna.
Arrivati alle nostre tende,
al momento di darci la buonanotte c’era
una strana esitazione tra noi, continuavamo
a dirci banalità in attesa che fosse
l’altro a dare per primo il segnale
di congedo. Finché Walter non espresse
quello che anch’io stavo aspettando:
“Perché non mi
ricambi l’ospitalità nella
tua tenda?”
Mi sorpresi a rispondere:
“mi sembra il modo giusto di chiudere
la giornata.”
Senza esitare andò
a prendere il suo materassino e lo depositò
in tenda vicino al mio. Chiusa dietro di
noi la cerniera, il mio imbarazzo prese
il sopravvento. Questa volta non potevo
inventarmi scuse, ero consapevole e consenziente,
non ero preso alla sprovvista. Non avevo
nemmeno la giustificazione di essere trascinato
dalla libidine, tra le gambe mi sentivo
una lumachina. La verità era che,
non so se per curiosità o desiderio
di sperimentare, VOLEVO ripetere l’esperienza
del pomeriggio. Nella penombra della tenda,
che non ci nascondeva niente, ci spogliammo
guardandoci, con curiosità più
che con eccitazione. Nessuno di noi osava
prendere l’iniziativa, c’era
un’atmosfera strana e pesante, eravamo
seduti sui nostri materassini, uno di fronte
all’altro completamente nudi. Restammo
così per non so quanto tempo, poi
Walter allungò il braccio e prese
in mano il mio membro, ma fu solo lui che
ebbe un inizio di erezione.
“Ci dobbiamo baciare?”
domandai. Mi sentivo una verginella e la
cosa m’infastidiva parecchio.
“Come vogliamo. Se ci
piace lo facciamo, altrimenti no.”
“Preferisco di no.”
“Anch’io preferisco
di no. Con i maschi il sesso mi piace genitale,
senza troppe tenerezze.”
Adesso potevo vedere il suo
membro eretto, e sotto le sue carezze anche
il mio dava segni di risveglio. Mi lasciavo
accarezzare, e lui lo faceva lentamente,
con studiata sapienza, mentre con l’altra
mano mi teneva i testicoli, premendo leggermente
con un dito contro il perineo. L’imbarazzo
in me svanì abbastanza rapidamente,
lasciando il posto a una timida ma crescente
eccitazione. Mi piaceva farmi manipolare,
lasciare che quel giovane uomo mi donasse
piacere, e constatare, osservando il suo
membro eretto, che il mio piacere, quella
manipolazione, era anche il suo piacere.
Seguo il suo esempio, glielo
prendo in mano e muovo su e giù,
con lentezza, lui risponde con un piccolo
gemito, sento che gli diventa, se possibile,
ancora più rigido. Cerco di compiere
su di lui gli stessi gesti che lui compie
su di me, e gli prendo i testicoli. Pur
essendo tutto così nuovo, le mie
azioni e le mie eccitate emozioni mi sembrano
naturali, del tutto compatibili con la nostra
mascolinità. Walter si allunga sul
materassino, il suo volto è a pochi
centimetri dal mio pene; so quello che sta
per accadere e aspetto. Aspetto per un tempo
che mi sembra interminabile, poi la sua
lingua mi solletica il glande, che finisce
risucchiato nella sua bocca. Mi allungo
anch’io sul materassino senza mollare
la presa del suo sesso, che adesso è
di fronte ai miei occhi, e mi abbandono
alle sensazioni che la sua bocca mi regalano.
La mano che mi teneva i testicoli scivola
più sotto, il suo dito si solletica
l’ano spingendo con decisa delicatezza.
Mi lascio andare a queste nuove sensazioni
e intanto guardo il suo piccolo membro e
mi convinco che ormai è giunto il
momento di infrangere un altro tabù.
Mi allungo quel poco che mi consente di
arrivare con le labbra alla punta del suo
uccello, ve le appoggio sopra e mi muovo
sfiorandola. Sento Walter reagire con un
lungo brivido e accentuando il risucchio
su di me. Il passo successivo mi risulta
più facile: apro le labbra e prendo
in bocca il suo glande, lo accarezzo con
la lingua e succhio delicatamente. I gemiti
e gli ansimi che arrivano alle mie orecchie
mi dicono che vado bene. “Sto facendo
un sessantanove con un uomo” è
l’incredibile rivelazione che faccio
a me stesso. Intanto Walter con una falange
del suo dito ha forzato l’ingresso
del mio ano, mi sento piacevolmente violato.
Il suo membro entra tutto nella mia bocca,
fino alla radice; ci gioco con la lingua
e succhio. Sento il suo respiro farsi più
affannoso, l’azione sul mio uccello
più concitata. La mia eccitazione
è altissima ma desta, sento che sono
ancora lontano dall’orgasmo, invece
i gemiti di Walter mi fanno capire che è
vicino a venire. Non riesco a superare l’ultimo
tabù: quando percepisco i primi sussulti
lo sfilo dalla mia bocca, che va prendere
e succhiare i suoi testicoli, mentre la
mia mano gli dà un piacere che si
rovescia sul mio collo e sul mio torace.
Walter sembra attraversato dalla corrente,
lascia andare il mio membro e ricade supino
sul materassino.
“Scusami” dico
“ma non ce l’ho fatta a farti
venire in bocca.”
“Non scusarti”
risponde con un filo di voce ansimante “è
stato bellissimo, sensazionale. Adesso vorrei
che me lo mettessi nel culo. Vuoi?”
Io, la verginella, questa
non me l’aspettavo, ma la sua richiesta
produce un nuovo flusso di sangue al mio
pene, che adesso sento tirare come se volesse
spiccare il volo. Walter non aspetta la
mia risposta, alza le gambe verso l’alto
e si allarga le chiappe per mostrarmi la
via. Mi posiziono e vedo che il suo membro
nonostante l’abbondante eiaculazione
non ha del tutto ammainato. Si bagna di
saliva il buco, mi prende in mano il cazzo
e se lo appoggia.
“Spingi, spingi”
mi esorta ansimante, mentre intanto è
lui che spinge contro di me nell’urgenza
di farsi impalare. Io spingo con tutta la
mia potenza e sento che l’anello di
carne cede, mi lascia entrare, infine tiene
il mio sesso in una morsa di piacere. Comincio
a muovermi dentro di lui con ritmo blando,
ma crescente. Tra le nostre pance è
stretto il suo membro che lo sfregamento
rende più consistente. Glielo prendo
in mano quando sento che il mio orgasmo
finalmente si sta avvicinando. Lo sto masturbando,
di nuovo quasi completamente rigido, nel
momento in cui con un rantolo di piacere
mi svuoto dentro di lui. E mentre l’ultimo
spruzzo di sperma si rovescia nel suo intestino,
anche lui sparge sulla sua pancia piccoli
fiotti bianchi. Stordito e affannato, mentre
il mio membro ancora pulsante si contrae,
esco da lui e mi getto sul materassino.
Penso per un attimo alla moglie
troia del mio collega cornuto con aplomb.
Mi viene da considerare che mai lei era
stata capace di farmi godere così
tanto, nonostante abbia in dotazione una
fica e delle tette nient’affatto disprezzabili.
E allora, questo significa che sono diventato
omosessuale, oppure che lo sono sempre stato
e non lo sapevo? No, probabilmente aveva
ragione il professore di Walter, il sesso
ha meno barriere di quelle che la nostra
cultura e le religioni hanno eretto in questi
ultimi millenni.
Senza dire una parola Walter
si riveste ed esce, io lo seguo. Ci sediamo
appoggiati all’albero a fumare una
sigaretta. Stiamo bene e non c’è
bisogno di parlare. Siamo due uomini che
si sono regalati dei momenti di piacere.
Basta. Andiamo a fare una doccia notturna,
poi una semplice “buonanotte”
chiude la nostra giornata.
Il vociare e i tubi di scappamento
furono la sveglia del mattino dopo. Mi ricordai
dell’impegno preso con Buffalo Bill
e, da dentro la tenda, chiamai Walter per
ricordarlo anche a lui. Mi rispose con voce
assonnata.
Mezz’ora dopo uscivamo
dal campeggio insieme a Buffalo Bill e altri
nove motociclisti, di cui quattro con la
moglie o la fidanzata al seguito. Procedemmo
in carovana fino a Ravenna, qui rapida e
obbligatoria visita alla città e
ai suoi monumenti. Mangiammo in un ristorante
nei pressi di Sant’Apollinare in Classe.
Nel bel mezzo del pranzo Buffalo Bill, lanciò
la sua proposta: “Perché non
andiamo a prenderci un po’ di sole
sulla spiaggia nudista di Lido di Dante?
E’ qui, a meno di dieci chilometri”.
Due coppie immediatamente declinarono scandalizzate
l’invito. Una morettina sui quaranta
di Cremona, assai graziosa, con la frangetta
e il viso molto furbetto, chiese delucidazioni,
e Buffalo Bill non si fece pregare.
“Lido di Dante è
una spiaggia, credo sia l’unica in
Italia, dove è accettato il nudismo
integrale. E’ un luogo piuttosto isolato,
non puoi passarci né capitarci per
caso, la strada finisce lì. C’è
di tutto: famiglie con bambini, coppie anziane,
omosessuali che poi s’infrattano nella
pineta, guardoni che passeggiano sulla battigia
e buttano l’occhio tra le gambe delle
donne come se niente fosse e poi vanno a
farsi una sega tra le dune. Insomma è
una spiaggia libera nel vero senso della
parola, dove ognuno fa quello che vuole”.
Si aprì una ricca discussione sul
nudismo, la sua liceità, l’opportunità
che lo praticassero solo i belli, se fosse
antigienico, se fossa anticattolico, e così
via.
Io e Walter aderimmo alla
proposta: la cosa ci incuriosiva. Altrettanto
curiosa si dimostrò la morettina
cremonese; anzi di più, perché
riuscì a convincere anche il marito
un po’ restio. Un’altra coppia,
due milanesi sui trentacinque, lei una bionda
molto scialba, lui già calvo e grassoccio,
esitò a lungo, poi dopo lunga confabulazione
si fece coraggio e si aggregò a noi.
Perciò al termine del pranzo il gruppo
si divise: io, Walter, Buffalo Bill e le
due coppie andammo a Lido di Dante, i rimanenti
proseguirono il tour culturale di Ravenna.
Raggiungemmo il posto percorrendo
una stretta stradina campestre che costeggiava
un fosso. Si trattava di un minuscolo villaggio
composto da seconde case e un paio di grossi
campeggi. La spiaggia, bordata da una vasta
pineta, era esattamente come Buffalo Bill
l’aveva descritta: un brulicare di
corpi nudi di ogni età, sesso, dimensione
e stato di manutenzione. Procedemmo lungo
la riva allontanandoci dal centro del villaggio.
Senza darlo a vedere lanciavo occhiate furtive
alla varia umanità che animava il
luogo, cercando di cogliere il fotogramma
dell’immagine che mi si svelava tra
le cosce aperte delle numerose donne stese
a prendere il sole. Dopo quattrocento o
cinquecento metri Buffalo Bill ci consigliò
di fermarci. “Più avanti”
disse “troviamo solo uomini in cerca
di altri uomini.” Mi sembrò
di capire da qualche sguardo e qualche gesto
che la morettina avrebbe proseguito volentieri
per scoprire cosa succedeva laggiù.
Ci fermammo e ci denudammo
completamente. Buffalo Bill non mostrava
alcun disagio, si vedeva che era un abituale
frequentatore del luogo; ma, anche le due
donne, nonostante si trovassero per la prima
volta in una simile situazione, si mostrarono
molto più tranquille e disinibite
di noi uomini. Il milanese ed io facemmo
i disinvolti e ci calammo le mutande con
eccessiva ed esibita quanto falsa non-chalance.
Walter e il cremonese non riuscirono a tanto,
se le sfilarono goffamente da seduti.
Mi guardai intorno: a pochi
metri sulla nostra destra una biondissima
famiglia straniera, probabilmente olandese,
composta da una coppia intorno ai quaranta,
lui alto e atletico, lei altrettanto alta,
ma burrosa e cellulitica, tre bambini, due
femmine e un maschio tra i dieci e i cinque
anni; ovviamente biondissimi. Un po’
più lontani due coniugi sulla sessantina,
sicuramente italiani, molto giovanili e
ben tenuti. Sulla nostra sinistra una coppia
di trentenni, belli, sportivi ed energetici;
più avanti una famigliola italiana,
padre, madre, figlia preadolescente obesa.
E tutto intorno, a perdita d’occhio,
culi, tette, fiche, uccelli ondeggianti
di ogni dimensione. Alle nostre spalle alte
dune cingevano la spiaggia e la separavano
della pineta. Dietro di esse si affacciavano,
quatti come cecchini, uomini per lo più
maturi o addirittura anziani, che da soli
o in gruppi di due o tre si stavano toccando
nell’indifferenza generale.
Buffalo Bill rimase in piedi
sulla battigia a conversare con la morettina,
con la risacca che si infrangeva sulle loro
caviglie, mentre Walter, il marito ed io,
seduti a pochi metri ci guardavamo intorno
con aria impacciata. Un po’ più
là la coppia milanese si era distesa
a confabulare tra loro a bassa voce, ignorando
tutto il resto del mondo. Mi sdraiai anch’io
per prendere il sole e n’ebbi subito
un effetto benefico. Sentivo il calore del
sole e l’alito del vento che accarezzavano
il mio membro, sfioravano i testicoli e
mi trasmettevano un senso di beatitudine
leggera.
“Che ve ne pare?”
domandai ai miei due compagni, che adesso
si erano sdraiati anch’essi, Walter
alla mia destra, il marito dalla morettina
alla mia sinistra.
“Troppo nudo, tutto
troppo esibito, non mi fa alcun effetto”
rispose Walter dopo un attimo di riflessione.
“A me invece fa anche
troppo effetto. Bisogna che pensi alle tasse,
sennò rischio l’erezione”
disse il cremonese accompagnando l’affermazione
con un risolino tra il compiaciuto e l’imbarazzato.
La nostra conversazione terminò
lì. Restammo sdraiati a goderci il
piacevole calore del sole sulle parti più
segrete dei nostri corpi. Ogni qualvolta
ci capitava di girarci sul dorso o sulla
pancia, o di metterci seduti per accendere
una sigaretta ci guardavamo attorno, un
po’ per stupore, un po’ per
voyeurismo. Intanto Buffalo Bill e la morettina
continuavano a conversare fitto fitto, come
se si trovassero tranquillamente seduti
nel salotto di casa e non in piedi, nudi,
sotto gli guardi di centinaia di persone.
Lei di quando in quando rideva, in quel
modo meraviglioso di ridere che talvolta
hanno le donne.
La cosa andò avanti
così per una mezz’ora forse
di più; poi la morettina si staccò
da Buffalo Bill per avvicinarsi al marito.
“Ho voglia di camminare
un po’ lungo la spiaggia. Ci accompagni?”
Il marito esitò, lei
lo strattonò per farlo alzare: “Su
pigrone!” e trascinandolo per la mano
lo costrinse a seguirla. Buffalo Bill si
avvicinò a noi e sussurrò:
“seguiteci a distanza senza farvi
accorgere. Vedrete che spettacolino”.
Dopo di che raggiunse i due e si mise a
camminare a fianco della morettina.
Walter ed io ci guardammo,
forse non capimmo subito il senso delle
parole del bolognese. Poi sorridendo maliziosamente
ci scambiammo un cenno d’assenso.
Li osservammo allontanarsi fino a quando
non furono delle figurine lontane, poi ci
alzammo per seguirli a distanza. Raccomandammo
alla coppia dei milanesi di tenere d’occhio
i caschi e gli indumenti mentre andavamo
a fare una passeggiata lungo la spiaggia.
Nudi com’eravamo, seguimmo a distanza
i nostri compagni d’avventura, naturalmente
nudi anche loro, come tutta l’umanità
di quello strano luogo. La direzione era
quella opposta al centro del piccolo villaggio
e man mano che si procedeva la spiaggia
si faceva sempre meno affollata, con sempre
meno famiglie, sempre più le coppie
erano composte da due maschi in atteggiamento
sempre più intimo tra loro. La pineta
si spingeva più vicina alla spiaggia
fino a lambirla, le dune erano scomparse.
Camminammo in silenzio forse per un chilometro,
guardando quegli strani frequentatori che
ogni tanto ci lanciavano occhiate significativamente
invitanti; ma senza mai perdere di vista
Buffalo Bill e la coppia di cremonesi. Avremo
percorso, all’incirca un migliaio
di metri quando notammo che i tre abbandonavano
la linea della battigia e si dirigevano
sulla destra, verso la pineta. Allungammo
un po’ il passo per non perderli,
ma non troppo per non correre il rischio
di arrivargli troppo vicini e quindi farsi
scorgere. Entrarono nella pineta, per prima
la morettina, seguita dal marito. Mi accorsi
distintamente che Buffalo Bill prima di
entrare dietro a loro si era voltato, forse
per vedere se avevamo accettato il suo consiglio.
Accelerammo il passo in direzione del punto
dove si erano addentrati nella pineta, ma
avevano almeno un paio di minuti di vantaggio,
quando vi arrivammo trovammo solo un sentiero
deserto in una radura sotto alti pini spelacchiati.
Seguimmo il sentiero coperto da un tappeto
di aghi di pino guardandoci intorno con
grande cautela. Dopo alcune decine di metri
la pineta si faceva più fitta e ricca
di macchia, offriva sicuri ripari da occhi
indiscreti, anche se cominciavo a sospettare
che in quel posto nessun occhio avrebbe
mai potuto essere considerato indiscreto.
Walter mi precedeva, potevo vedere il suo
culo magro e maschile, privo per me di ogni
attrattiva erotica e mi veniva da domandarmi
se veramente avevo goduto dentro di lui
oppure era stato solo un sogno. Ma sapevo
molto bene che non era stato un sogno, che
avevo davvero riempito quel buco col mio
sperma e che la cosa mi aveva procurato
un grande godimento.
Il sentieri si addentrava
nella pineta facendosi sempre più
stretto; qua e là si aprivano delle
aperture nella macchia che accedevano a
piccole radure laterali. Walter si affacciava
per controllare se vi si fossero infrattati
i nostri compagni. Le prime due le trovò
deserte, alla terza si bloccò e si
fece da parte per lasciare anche a me lo
spazio per affacciarmi a guardare. Quello
che apparve ai miei occhi fu un giovane
bruno in piedi, fisico statuario scolpito
dal culturismo, appoggiato languidamente
a un pino. Inginocchiato di fronte a lui
un uomo molto anziano, che sicuramente aveva
passato da tempo la settantina, succhiava
avidamente il suo membro, anch’esso
di dimensioni decisamente statuarie, e intanto
si masturbava il suo, gagliardamente eretto.
Ci videro, il ragazzo rimase imperturbabile,
il vecchio interruppe un attimo l’azione
e ci rivolse uno sguardo complice, poi continuò,
lieto di avere un pubblico. Restammo inchiodati
a quell’immagine inaspettata. La sorpresa
inibiva e bloccava in me qualsiasi reazione,
mentre in Walter notai qualche lieve cenno
di eccitazione che si manifestava con qualche
fugace toccata nella zona genitale e conseguente
lieve ingrossamento. Per qualche minuto
ci soffermammo su quello spettacolo indubbiamente
affascinante, poi proseguimmo la ricerca
del nostro trio, che evidentemente si era
addentrato un bel po’ nella pineta;
a meno che non fossimo stati noi ad avere
sbagliato sentiero.
Arrivati in corrispondenza
di un’altra apertura avvertimmo dei
rumori che non lasciavano alcun dubbio sulla
loro origine. Ci affacciammo a guardare
quasi contemporaneamente: circondato dalle
siepi di rovi c’era uno spazio piuttosto
ampio; a terra erano stati gettati dei grandi
asciugamani da spiaggia, sui quali stava
supino un giovane essere, dotato di grandi
seni marmorizzati e di un’asta in
piena erezione. Veniva penetrato da un uomo
maturo e distinto al quale appoggiava le
gambe sulle spalle, mentre a lato della
sua testa, semisdraiato, un altro uomo sulla
cinquantina, grasso e con una grande pancia
prominente gli dava da succhiare un membro
ridicolmente minuscolo. L’uomo che
lo penetrava nel frattempo si prodigava
a masturbare il membro del transessuale.
Questa volta la visione provocò anche
a me un formicolio nella zona delle gonadi
e un afflusso di sangue al sesso, che pulsò.
Walter era più eccitato di me, era
quasi in erezione, e mentre si toccava cominciò
a sfiorare anche il mio pene, che reagì,
naturalmente. I tre non si accorsero, o
non vollero accorgersi della nostra presenza
e continuavano a darsi piacere con molta
calma e lentezza, come se volessero far
durare l’incontro il più a
lungo possibile. Non potevamo ancora restare
lì, così: avremmo dovuto unirci
a loro oppure andarcene. Ormai piuttosto
eccitati e con qualche esitazione da parte
di Walter, continuammo la ricerca dei nostri
compagni. Non dovemmo cercare a lungo, erano
a pochi metri, a lato del sentiero, senza
che si fossero nascosti dietro alcun cespuglio.
Erano tutti e tre in piedi: la morettina
piegata in avanti stava prendendo in bocca
il membro di Buffalo Bill mentre da dietro
il marito la stava scopando. A non più
di tre metri da loro due ragazzi di circa
venti anni stavano osservando la scena e
si masturbavano reciprocamente con grande
vigore. Walter ed io non ci avvicinammo
ulteriormente per non essere visti dalla
donna e da suo marito. Restammo a guardare
da dietro un cespuglio mentre ci toccavamo
a vicenda sempre più infoiati. Venne
per primo uno dei ragazzi, poi subito dopo
l’altro. Buffalo Bill con un grugnito
prolungato comunicò a tutti gli astanti
di avere riempito la bocca della bella signora
cremonese, e si allontanò da lei
per sedersi esausto vicino ai due ragazzi
che continuavano a guardare incantati e
ad accarezzarsi teneramente i loro cazzetti
ormai mosci. E intanto anche per Walter
arrivò il momento di rovesciare il
suo liquido sulla mia mano.
Il marito adesso aveva fatto
inginocchiare sua moglie davanti a lui e
glielo aveva messo in bocca, muovendosi
nello stesso modo e con lo stesso ritmo
di quando la penetrava nella vagina, e nell’eccitazione
del piacere la apostrofava con insulti:
“brutta troia, pompinara, porca...”,
come potevamo udire distintamente. Lei nel
frattempo si era fatta scivolare una mano
tra le cosce e dal movimento del braccio
era facile intuire quello che stava facendo.
Walter s’inginocchiò di fronte
a me, i suoi toccamenti si trasformarono
in un vero appassionato pompino. Gli venni
in bocca quasi in contemporanea al marito,
che nel momento del piacere gridò
ad alta voce: “schifosa, brutta troia,
porca schifosa, prendi, prendi…”
E lei prese con grande gusto, e dopo avere
preso quello che c’era da prendere
si coricò sul dorso, a cosce aperte
e si masturbò con furore fino a procurarsi
una serie di orgasmi a fica spalancata,
di fronte a sei maschi più o meno
placati nel loro desiderio. Da dove stavo
potevo vedere distintamente lo spacco rosa
di carne umida circondato da una selva di
peli neri.
Mi pulii la mano bagnata di
sperma a delle foglie, Walter si pulì
la bocca col dorso della mano, poi c’incamminammo
rapidamente verso la spiaggia per arrivare
con un congruo vantaggio sul trio dei trasgressivi.
Giunti alla spiaggia ci tuffammo in mare
per lavare la pelle dal sudore, dalla polvere
e dallo sperma, poi quasi di corsa raggiungemmo
la coppia dei milanesi, che trovammo piuttosto
impaziente, addirittura inquieta.
“Alla buon’ora”
disse lui, forse preoccupato di essere stato
lasciato da solo con la sua bella in mezzo
a tutte quelle persone nude. “Dove
eravate finiti?”
Non volli fare caso al suo
tono piuttosto risentito.
“Abbiamo fatto una camminata,
poi abbiamo fatto il bagno” risposi
candidamente.
“Gli altri tre dove
sono? Noi dobbiamo tornare al campeggio
e fare i bagagli, perché stasera
dobbiamo rientrare a Milano. Domani lavoriamo.”
“Non so dove siano”
risposi. “Li abbiamo cercati anche
noi, ma devono essersi allontanati molto,
perché non li abbiamo visti”
“Se dovete proprio partire
andate pure. Li aspettiamo noi e teniamo
d’occhio la loro roba” concluse
Walter.
Non se lo fecero ripetere,
si rivestirono e ci salutarono tiepidamente.
Non era certo nata un’amicizia.
Le giornate di giugno sono
lunghe; il sole era ancora alto. Ci sdraiammo
su quella magica spiaggia a goderci la carezza
dell’aria e del sole sui genitali,
resi più sensibili dal recente orgasmo.
Ero molto curioso di guardare in faccia
i tre quando sarebbero tornati; di vedere
quale atteggiamento ciascuno di loro avrebbe
tenuto.
Dovemmo aspettare un bel po’
prima di vederli tornare; in compenso le
loro facce erano piuttosto trasparenti.
Buffalo Bill aveva l’espressione un
po’ sogghignante del vecchio pirata
che ancora una volta era riuscito ad ottenere
quello che voleva; senza farsene accorgere
dagli altri due ci indirizzò una
strizzatina d’occhio. La morettina
teneva un atteggiamento molto misurato,
ma negli occhi aveva una luce che la diceva
lunga su quanto se la fosse goduta quel
pomeriggio. Il marito aveva un’aria
cupa che lasciava intendere che lui in quella
situazione c’era stato trascinato
e ora faticava a prendere atto della nuova
realtà circa la sua adorata mogliettina.
Prima la donna, poi i due
uomini si stesero pigramente accanto a noi,
a cogliere i preziosi raggi del sole nel
tardo pomeriggio di quella calda domenica
di inizio estate. La languida pigrizia che
ci pervadeva era interrotta solo da qualche
stralcio di conversazione banale e frammentaria,
durante la quale qualche utile informazione
saltò fuori. Prima informazione:
al campeggio era organizzata una grande
grigliata come cena di saluto ai partecipanti
al motoraduno. Seconda informazione: dopo
la cena Buffalo Bill sarebbe rientrato di
corsa a Bologna, in quanto si proclamava
anche lui un lavoratore (mi domandai se
facesse il mandriano). Terza informazione:
la coppia di cremonesi non sarebbe partita
quella sera perché, come Walter e
me, si erano lasciati liberi dal lavoro
il lunedì mattina per evitare il
prevedibile traffico di rientro della domenica
sera dalla riviera romagnola.
Al campeggio c’era atmosfera
di smobilitazione, molti già se n’erano
andati. Era rimasto chi poteva trattenersi
fino all’indomani e chi abitava a
meno di tre ore di distanza. Alle otto era
stata imbandita una grande tavolata con
costolette di maiale, salsicce, rosticciana
e altra carne arrostita. Ce n’era
una quantità tale che avrebbe potuto
soddisfare anche l’appetito degli
assenti; le bottiglie di vino in numero
proporzionato alle pietanze. Per una strana
coincidenza noi cinque partecipanti alla
trasgressiva spedizione a Lido di Dante
finimmo col trovarci seduti accanto. Io
ero tra Walter e la morettina, che aveva
accanto il marito, mentre Buffalo Bill sedeva
accanto a Walter. Buffalo Bill era decisamente
su di giri, snocciolava barzellette a raffica,
degnamente coadiuvato da un altro paio di
allegroni. La serata prese subito una bella
piega, molte risate, allegria, battute,
scherzi.
L’unico che sembrava
estraneo al generale buonumore era il marito
della morettina, che se ne stava in silenzio
a mangiucchiare e, soprattutto a tracannare
senza tregua un bicchiere dietro l’altro.
Fu verso la fine del pranzo,
quando tutti noi stavamo crogiolandoci in
una ruttante sazietà, mentre le risate
si erano fatte più lente e strascicate,
che la morettina si protese verso di me
e con un filo si voce mi sussurrò
all’orecchio:
“Ti ho visto, col tuo
amico.”
Capisco, ma faccio finta di
non capire,
“Quale amico? Sono venuto
qua da solo. Cosa hai visto?”
Rise come se le avessi raccontato
una barzelletta, gli occhi le brillavano.
“Ma dai, hai capito.
Oggi, in pineta a Lido di Dante, tu e il
ragazzo seduto vicino a te”.
Toccò a me adesso ridere
di gusto. Mi avvicinai al suo orecchio e
le bisbigliai:
“Hai avuto anche il
tempo di vedere noi, oggi? Sai fare molte
cose insieme, complimenti. Anch’io
ti ho visto molto bene, oggi. E’ stato
uno spettacolo incantevole. E anche molto
coinvolgente.”
La nostra adesso fu una risata
complice. Si protese di nuovo verso di me
per mormorarmi:
“Peccato che invece
io abbia visto solo le vostre teste e abbia
dovuto lavorare d’immaginazione per
quello che stava succedendo dietro la siepe.
Mi sarebbe piaciuto molto assistere.”
La conversazione si faceva
sempre più interessante, e soprattutto
eccitante.
“Ah sì? A cosa
ti piacerebbe assistere?”
Si fece ancora più
vicina al mio orecchio e mi sussurrò
con una voce che era una promessa:
“Mi piacerebbe vedere
due maschi che scopano, che si spompinano,
che si inculano. L’ho sempre desiderato,
non è mai successo. Al solo pensarci
sono già tutta bagnata.” |