La patente
di John
Fizz Akedo Ma è
troppo tardi per uscire le ho spiegato io.
Le due e mezzo erano. Rimettiti tra le coperte,
per favore. Basta. Sei una vecchia. E anche
separata. Non hai nemmeno la patente. Vergognati.
Io sì invece. La posseggo una patente
vera. Appena rilasciata dalla Prefettura.
Diciotto anni l’altra settimana ho
compiuto io.
Si è offesa. Forse
la sto offendendo. Si annoia troppo a rimanere
in casa. E comunque, non è vecchia
affatto. Si difende. Quanto alla patente,
questo si poteva sempre rimediare. Così
mi ha detto, rimediare. Indossa poi la gonnellina
a quadri di mia sorella. Le calze uguali.
I tacchi.
“Alzati e rivestiti”
mi ordina lei.
Fa la voce grossa ora. Ricordati che sono
tua madre. E obbedisci.
“Ma per andare dove… scusa”
“Rivestiti” mi comanda ancora.
“E stai zitto, altrimenti ti schiaffeggio”
Silenzio. Scendiamo, l’ascensore che
ci porta giù in garage. Al piano
zero. Si infila in macchina. Guido io. Non
so nemmeno dove andiamo a finire.
Poca benzina tanto per cominciare. Si accende
rosso fisso. Lei tace. È nervosa.
Al primo distributore notturno mi fermo.
A due passi dalla superstrada. Camion. Mi
guarda lei. Mi tocca il cazzo.
“Guardami bene” ha detto mia
madre.
È scesa giù dall’auto.
Con certe moine si avvicina subito alla
pompa e così sfiora passando con
il suo culo formoso il benzinaio nano con
la tuta. È biondo. Piccolo. Lo ha
strofinato bene questo culo inclinandosi
tutta maestosa, lo faceva apposta. Con moine
da troia. Il nerbo sotto la tuta del nano
si è sollevato di molto. Come una
leva automatica. Si vedeva.
Ha preso tra le dita il randello
enorme del nano e se lo è infilato
tutto in bocca.
Non ci stava quasi nella bocca. Senza guardarmi
lo ha fatto.
Stava seduta accanto a me, in macchina,
e gli ha fatto al volo un pompino. Al benzinaio
nano. Con lo sportello aperto lo ha fatto.
Mia madre è zoccola.
E il nano lì che respirava forte.
Mugolava. Mi lanciava occhiate rigonfie
di stupore. Finché è venuto
alla fine. E un getto di sborra è
finito contro lo sportello. Mia madre si
è leccata i polpastrelli.
“Sei proprio una troia” ho detto
io.
“Ti piace il cazzo, eh, signora?”
Ha detto il nano
“Avanti, devo fare benzina”
lo ha interrotto lei.
Il nano si è tirato su la tuta.
Ha preso la pompa in mano e lei strattonandone
il tubo di gomma si è infilata la
pistola nel buco della fica. La punta esattamente
si è infilata. Senza premere mai
niente. Si masturbava leggermente col freddo
ferro. Si masturbava davvero, con la pistola.
Se lo schiaffa in bocca tutto quell’aggeggio
di ferro. Il nano ancora non fiatava. Io
ero raggelato.
Si è voltata di spalle col culo rivolto
al benzinaio e ha detto: “Il pieno,
qui… nel culo!”
La bocca era rivolta sulla mia patta questa
volta. Ora si ingrossava a dismisura. Lo
ha preso tra i denti e le labbra hanno agguantato
il resto. Mi sentivo scoppiare adesso. Oddio.
Succhiava come un’ossessa. Mi arrivava
fin sopra alle palle. Le ho sborrato in
bocca alla fine. Ingoia tutto quanto.
Si comportava come una troia impeccabile.
Dai gesti assai composti.
Il nano le teneva la pistola della benzina
nel culo e ora la bocca era tutta occupata
dal mio cazzo giovane. E lei me lo succhiava.
Troppo lo succhiava. E quell’altro
che la pompava da dietro.
Lei mi lascia il nerbo e urla
a perdifiato che sta godendo come una cagna.
A un certo punto la pompa l’ha riempita
completamente di benzina. Tutta quanta.
Mutande. Gonna, scarpe. Era zuppa di benzina
ora. Odorava. Ha pagato al nano. E mi ordina
di proseguire lungo il litorale.
“Mi voglio proprio divertire questa
notte” ha detto.
Ci fermiamo poco prima della città,
vicino alla spiaggia. Dei ragazzi col codino
suonavano la chitarra davanti a un falò.
Esce. Chiude lo sportello. E si spoglia.
Non ne può più della veste
unta di benzina. Getta la stoffa nel falò
e una vampata di fuoco esagerata divora
la stoffa sottile ingrossando di più
la fiammata.
Quei ragazzi intanto la guardavano stralunati.
Tutto pareva irreale. Ha preso una fetta
di cocomero tutta consumata dai morsi selvaggi
e ora si inumidiva la fica, ora se la ficcava
con vigore. La estrae tutta unta di umori
vaginali.
“Mangiala” mi ha ordinato.
L’ho leccata. Sapeva troppo di benzina.
Mentre la mia lingua filava su quella mezzaluna,
lei si lasciava montare infoiata da quei
quattro ragazzi nerboruti, sotto la luce
del falò.
“Ehi, taxi…” mi richiama
ridendo, “ora portami al sexy shop.”
Il sexy shop è aperto di notte. Ha
sporcato i sedili di sborra sedendosi. Le
colava dal culo purtroppo. È entrata
nuda nel sexy shop. Il commesso la guardava.
Si è rivestita da capo a piedi comprandosi
certi abiti da vacca. Stivaletti sadomaso
di vernice rossa. Era una superputtana.
Davvero. Tutta intrisa di pelle traslucida
dimenava il culo come se fosse in passerella.
Ancheggiava. Sullo schermo davano un film
porno. Ha sbocchinato il commesso e poi
quattro tizi che si godevano lo spettacolo.
Fuori era tutto buio. Le quattro.
“Taxi” ripete.
Mi prende per un taxi. E di nuovo si fa
portare in giro. Nella notte. Dirige le
danze. Mi sta facendo pagare caro quanto
che le ho detto. E ora mi tocca portarla
ovunque, sulla stradale per esempio. In
lontananza nebbia e fari di camion. Si avvicina
a piedi nella piazzolla di sosta.
Sono sceso dalla macchina prima io.
“Nasconditi, stupido… se ti
scoprono finisce tutto il gioco”.
Si accosta così a un camion e comincia
a pisciare sull’asfalto, abbassata.
Canticchia. L’uomo del camion si sveglia.
Accende i fari. La vede pisciare sotto i
fari. Abbigliata così da zoccola
è arrapate per chiunque.
L’uomo del camion infatti è
sceso. Porta i baffi. Altri si avvicinano
dai TIR parcheggiati. Hanno visto la scena.
E si appressano. Uno la spinge contro l’altro,
se la contendono col cazzo in fuori. E lei
si lascia palleggiare mollemente. Finché
non la mettono a pecora, in tre.
Le strappano il tanga. Ora con due mani
brandisce due verghe contemporaneamente,
ora se ne ficca in bocca due alla volta.
Un totale di cinque se la scopano insieme.
Tutti che si fottono mia madre, in contemporanea.
Mi avvicino stupito.
“Vieni anche tu, ragazzino…”
ha detto il camionista sborrando “ti
fai un po’ di esperienza.”
“Sono venuto qui a riprendere mia
madre” ho balbettato io.
“Tua madre? Bella troia è tua
madre” ha reclamato uno coi baffi.
“Perché non ce la lasci un
altro po’ e te la sistemiamo a puntino?”
“Avanti, sborratemi tutti in faccia”
ha invocato lei.
“Dobbiamo ritornare a casa, sbrigatevi”
dicevo io al gruppo dei camionisti.
E fiotti di sperma le ricoprivano la fronte
e riempivano i capelli.
Era alba. E mia madre era una puttana impeccabile.
Me lo aveva ripetuto ritornando a casa:
“tu avrai pure la patente per guidare
figlio mio, ma la vera troia patentata sono
io”.
Ecco appunto la lezione.
John Fizz Akedo ha 28
anni vive a Londra la sua email è:
solocontroluce@yahoo.it |