La stanza delle candele
di John Fizz Akedo
Lei si agita sul cazzo. Duro.
Poi lo prende in bocca. Si fa sborrare a
fiume. In bocca. Beve. Le piace molto. È
una lurida puttana, le piace. Vorrebbe infilarsi
una candela nel culo, me lo dice subito.
Ficcamela. Ti prego. Bolle. Gliela infilo.
Sente il bollore della candela prima accesa.
Ora mormora qualcosa.
“Cosa mormori, brutta zoccola”
le dico io.
“Uhm“.
“Stai zitta“.
“Ohm”.
“Smettila ti ho detto“
Le mollo un ceffone. E tace. Le guance si
arrossano.
Si allarga il buco del culo e la candela
entra dentro. Non parla più. Ha il
mio cazzo in bocca. È avida e se
lo mangia a morsi. A bocconi. La saliva.
Le tiro i capelli lievemente. Le ficco la
candela in bocca. La metto a pecora e le
dico forte che è una puttana. Le
sborro in culo. La rigiro. Si inchina davanti
al mio cazzo.
“Inginocchiati”.
Si inginocchia fin troppo servile. Si inginocchia.
Mi lecca le palle.
“Dimmi che sei una vacca”.
“Sì, sono una grande vacca”
dice lei.
“Una supervacca sei”.
“Sono una supervacca, oh… sventrami”.
La sculaccio a dovere. E così arriva
un gemito distante. La madre. Ecco, è
la madre in persona. Legata mani e piedi
a una seggiola e con i braccioli. Si nota
a malapena, si agita tropp. Ma i polsi vengono
tenuti forte dalle due manette. Anche le
gambe, uguali, attaccate al fondo della
sedia.
“Vergognati… figlia degenere,
vergognati” dice alla figlia.
Intanto io le ruoto dispettoso tre dita
nella bocca. E resta bloccata una frazione
di secondo. Non parla.
Piantala, lurida bagascia, zitta! Così
la insulto io. E la madre tace. La schiaffeggio
ben bene.
“Vergogna! Vergogna, sgualdrinella…
che disonore sei per la famiglia”
riprende a dire.
Piange a dirotto. Dove le hai imparate certe
cose, voleva sapere a un certo punto. Lacrime
su lacrime. Fa pena. Ha visto proprio tutto
fin dall’inizio: lei è stata
legata appositamente. È condannata
qui, nel garage. È stata punita in
modo da vedere tutto quanto.
Ora ansima. Lei si avvicina, la figlia.
Le ordino di infilare una candela grossa
in bocca. Non voglio sentire la voce. È
pieno di candele intorno. Ne estraggo una
accesa. A caso. Le rotolo un po’ di
cera spargendola sulle tette materne e cola.
Cola. Si appiccica ai seni. Si indurisce
a rivoli.
Urla all’inizio lei. Poi è
silenzio. Ordino di leccare la cera, alla
figlia. Obbediente. Esegue.
Adesso a cavalcioni sopra la madre, con
le ginocchia sulle sue stesse cosce.
“Baciala….baciala”.
Lei la bacia. A oltranza, con la lingua
infossata nella bocca. Quella si dimenava
troppo, la puttana. Le tiro i capelli. Si
calma. Inculo la figlia mentre è
ancora in groppa a lei e la bacia. Le tette
si urtano, i capezzoli duri come torsoli
di mela.
“Dimmi cose porche, avanti, dimmi
cose porche, davanti a tua madre”
la incito io.
E lei: “Sì, straziami interamente
il culo, avanti, inchiavardalo come un portone
sfondato questo culo”.
“Più troia, ti voglio più
troia… devi dire peggio”.
“Lo racconterò a tuo padre…
svergognata…” Così rantolava
quasi a stento la madre.
La penombra la eccitava. Si vede.
E la figlia ricomincia più dispettosa
ancora: “Sborrami dentro, ti prego,
spaccami lo sfintere”.
La madre non parlava più. La figlia
le occupava le labbra tra una porcata e
un’altra. La bavava di saliva fino
al collo.
Tolgo il cazzo. Velocemente. In tempo. Avvicino
subito un bicchiere pulito e ci sborro dentro.
Crema pura era. La guardo scivolare. Verso
due dita di whisky dentro. Mescolo.
“Cosa vuoi fare”? dice la figlia.
“Levati di torno”.
La strattono. Mi avvicino alla madre.
“Signora, desidera percaso un bel
drink?”
A questo punto, inaspettatamente se lo beve,
lo ingoia al volo come una troia in calore.
La madre. La madre. D’un fiato. Si
agita. È eccitata. La figlia allora
prende una candela e le chiude il varco
della fica. Io mi sollevo per riempirle
la bocca del cazzo. Mugola come un’ossessa,
la madre.
“Non lo dirai più a babbo,
eh? Non lo dirai?”
La trafora alla perfezione, ora si diverte
a esplorare la caverna materna da cui è
uscita. Quasi ci si rivede dentro nel momento
della nascita. Lei, zoccola infante che
nasceva venti anni prima. Ho sborrato un’altra
volta, e questa volta in bocca alla madre.
“Puttana” dice la figlia un
po’ invidiosa, “sei quasi più
puttana di me”. E la affogava quasi
di whisky versandole a cannella tutta la
bottiglia nella bocca. Traboccava whisky
sui capelli, si bagnavano. Tutta invidia
era.
“Mi puoi slegare” ha detto la
vecchia “adesso sono una troia anch’io,
patentata”
Si è girata di culo, e mi incitava.
Le ho allargato l’ano. Due dita. Tre
dita. E giù nerbate a cazzo ritto
mentre si dimenava in urla lancinanti.
“Lo racconterò io a babbo”
la redarguiva ora la figlia “tenendole
la fica premuta sulla bocca”
“Oh, no, ti prego, questo è
il paradiso… altro che il cazzo di
tuo padre!”
“Non eri tu che dicevi che Johnny…
non era l’uomo per me?”
“Ho cambiato idea, chiavami nel culo
Johnny, ti prego, chiavami, non ti fermare,
ti prego!”
Tengo fede alla richiesta. Obbediente. Però
alla fine chiederò garanzie precise
su questo legame con la figlia. Tanto ci
riuscirò, sicuro. Un giorno. Quanto
prima vedrò approvato questo bel
fidanzamento in famiglia. Ecco una cosa,
tanto per cominciare. Il fidanzamento. Ufficiale.
Voglio una promessa solenne, adesso la voglio.
E come minimo...
“Certo, certo, tutto quello che vuoi
puoi avere… ma non ti fermare, non
ti fermare, sto impazzendo!”
Le piscio in culo alla fine. E lei gode
come una pazza. L’abbiamo dovuta frustare
a dovere per farla ritornare in sé.
Era troppo eccitata. Poi la figlia mi ha
succhiato il cazzo un altro quarto d’ora.
E niente più. Silenzio. Ci rivestiamo
in perfetto silenzio. Oggi basta. La madre
rantolava ancora dolorante, nel lago di
piscio dorato. |