| La prima volta
di mia madre con mio marito
di Liana
Fin dal primo momento che
l’ho visto ho desiderato che tuo marito
mi scopasse.
-Questo lo so. Il primo giorno
che lo conoscemmo lo hai mangiato con gli
occhi. Avevi uno sguardo carico di libidine.
Il fatto è che anche il porcellone
ti spogliava con gli occhi. Ho dovuto anticiparti
per non farlo cadere tra le tue braccia.
Quando mi ha chiesto di sposarlo ho pensato
che entrambi vi sareste rassegnati. Invece
dovetti constatare che non fu così.
Sposandomi, il mandrillo si assicurava che
tu fossi sempre alla sua portata. Con un
solo colpo prendeva due passere. A te ha
fatto piacere che mi sposasse. Tu volevi
solo chiavarlo. Non volevi legami. Invece
poi ti sei fregata. Non avevi messo in conto
che ti saresti innamorata. In un primo momento,
quando intuii che vi incontravate, la gelosia
mi prese. Invece con il passar del tempo
incominciai ad accettare che lo scopavi.
Lo accettai perché lui non ha mai
smesso di desiderarmi. Il fatto che tu lo
scopavi è stato un bene. Quando è
accaduto?
-Il colpevole è tuo
figlio. Il via l’ha dato lui.
-Che c’entra mio figlio.
-Un giorno sono venuta a casa.
Tu non ci sei. Tuo marito sta nel suo studio
davanti al computer. Lo saluto e vado nella
stanza del bambino. È sveglio, recalcitra
e piagnucola. Lo prendo in braccio e cerco
di calmarlo. Tuo marito dice che forse ha
fame e non sapeva quando saresti tornata.
Non so cosa fare, anche perché
tuo figlio ha quattro mesi e tu lo allatti.
Mi viene l’idea. Mi distendo sul lettino.
Mi sbottono la camicia e tiro fuori dal
reggiseno una tetta. Avvicino il capezzolo
alla bocca di tuo figlio. Lo strofino sulle
sue labbra. Ivan apre la bocca, fa sparire
il capezzolo nella sua bocca e comincia
a succhiare.
-Lo hai fatto succhiare dal
tuo seno? E lo ha fatto?
-Certo che lo ha fatto. Per
lui è un ciucciotto. Gli piace. Si
calma. Smette di piagnucolare. Continua
anche se latte non ne esce.
Tuo marito non sentendolo
piagnucolare viene e vede la scena.
Arrossisco. Cerco di reintrodurre
la tetta nel reggiseno.
Lui si avvicina. Mi invita
a non smettere.
Guarda suo figlio succhiare
e sorride.
Con il viso rosso dalla vergogna
lo guardo e vedo i suoi occhi colmi di desiderio.
Tra le sue gambe prende forma
un evidente gonfiore.
Mi guarda negli occhi. Il
mio sguardo deve essere un invito. Si abbassa.
Prende suo figlio e lo porta nella culla.
Il bambino non piange. Ritorna verso di
me. Mi sfila la camicia. Sgancia il reggiseno
e lo tira via. Le tette, fino a poco prima
prigioniere, libere, gli appaiono in tutta
la loro bellezza.
Non faccio opposizione perché
lo voglio e lo desidero. Sono anni che non
scopo con un uomo.
Si inginocchia, allunga le
mani ed afferra le poppe, le accarezza,
le stringe come se volesse constatarne la
solidità. Accosta la bocca, le bacia
e lecca le rotondità dei miei favolosi
seni. Si sofferma sui capezzoli con cui
gioca con la lingua e infine li fa sparire,
a turno, nella sua bocca e li succhia non
disdegnando di dare anche qualche morso..
Miagolo. La fichina fluidifica.
Le mie tette stanno assolvendo
al loro ruolo di magnete. Lo hanno attratto.
Interrompe il giochino, si
alza mi prende per mano e mi invita a seguirlo.
Inebetita e colma di desiderio
seguo tuo marito in cucina.
Mi stringe tra le braccia
e mi bacia introducendo la sua lingua nella
mia bocca.
Non la respingo. Al contrario
l’accolgo e duella con la mia e poi
la succhio. Mi piace.
Mi fa roteare su me stessa
e mi fa appoggiare le mani al tavolo costringendomi
a piegarmi in avanti.
Capisco. Lo accontento, faccio
di più: allargo le gambe al massimo.
Mi solleva la gonna fino a
scoprire le natiche.
Non porto mutande. Indosso
solo un reggicalze nero che trattengono
un paio di calze nere con la cucitura dietro.
So di essere arrapante.
Si abbassa e incomincia a
baciarmi e leccarmi l’interno di entrambe
le cosce.
Mugolo di piacere.
Con la lingua sale e raggiunge
il mio micione.
Con le mani lo dilata e infila
dentro due dita. Tasta ogni cm di parete.
La lingua trova il clitoride e lo solletica.
Lo stringe tra le labbra e lo succhia. Mi
fa un pompino.
Sento montare l’orgasmo.
Grido e i miei fluidi invadono la sua bocca.
Li ingoia e lecca i residui.
Sposta la sua attenzione sul
buchetto del culo. Lo raggiunge, lo bacia
e con la punta della lingua lo penetra.
Vado in visibilio.
Con la lingua mi fotte il
culo.
La mia libidine si scarica
con il raggiungimento di altri orgasmi.
Si alza. Si sbottona i pantaloni
e li lascia scivolare sul pavimento insieme
allo slip.
Giro la testa e vedo quello
che sto per ricevere nel ventre: è
un magnifico grande e grosso bastone.
Avvicina il glande del suo
marmoreo randello alla mia vagina e con
un unico e secco colpo lo fa entrare nello
scuro antro insieme a tutto il resto. Sento
la punta del glande spingere contro l’utero.
Non ragiono più. La mia mente è
annebbiata. Dalla mia gola escono gorgoglii
misti a sospiri. Pronuncio parole incomprensibili.
Sto godendo senza che tuo marito si muova.
Incomincia a muoversi prima piano e poi
con più ritmo. Mi chiava. Porta il
suo petto sulla mia schiena. Mi circonda
con le braccia ed artiglia le tette. Le
strizza. Con le dita afferra i capezzoli
e li torce. Godo e lui insieme a me.
Il suo copioso sperma invade
la mia vagina.
Quando ci riprendiamo corro
in bagno, prendo tue mutandine e un tuo
assorbente e li indosso. Non mi lavo. Voglio
tenere tra le mie gambe e dentro di me il
suo sperma misto ai miei umori.
Ritorno nella camera di tuo
figlio. Indosso il reggiseno e la camicetta.
Prendo il bambino dalla culla
e vado in salotto, accendo il televisore
e mi siedo sul divano.
Tuo marito mi raggiunge, si
china e mi bacia sulla bocca e dice che
il mattino dopo mi avrebbe raggiunto a casa.
Lo avrei aspettato.
-Ecco come è andata
la prima volta. Il resto lo conosci.
-In conclusione mi dici che
mio figlio è stato il mezzo per far
realizzare il vostro desiderio? Sei una
bella porca.
-Si! Lo ammetto sono porca.
Fare sesso mi piace e amo chiunque riesca
a farmi scaricare la libidine. Amo tuo marito,
amo te, amo…
Non completa la frase.
-Ricordi di come è
incominciato tra noi.
-Certo che lo ricordo. Ancora
oggi, quando ci penso, la mia micetta miagola.
Dai, racconta.
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