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Racconti Erotici
BigShots - Il Nuovo Forum

Reading

- Caro, mi fai usare il tuo cazzo come se fosse un microfono? Chiese mia moglie.
- Ma per fare cosa…
- Un reading
- Un reading?
- Sì, voglio leggerti un racconto.
- Va bene, accetto.
Le appoggiai il mio grosso cazzo, bello ritto sulla faccia, proprio a due passo dalla bocca: lei se lo aggiustò ben bene lievemente inclinato, come a un concerto vero. Si inginocchiò, come per trovare la posizione giusta, se lo sistemò quasi vicinissimo. Aveva alcuni fogli in mano: anzi, in una mano teneva il cazzo e con l’altra reggeva i fogli. Era un dattiloscritto mi ricordo. Mi rilassai un poco, come per ascoltarla meglio.
“Ci risvegliammo la sera dopo – cominciò a leggere mia moglie. E ci rivestimmo per uscire.
Fuori cominciò a piovere di nuovo. A dirotto. Ci toccò riparare nel primo ristorante aperto. L'eccitazione continuava, l'umore mi colava a rigagnoli giù dalla fica, si dipanava proprio verso il basso delle cosce. Si confondeva impercettibile l’umore, sotto la pioggia a cascata.
Nel foyer i miei vestiti erano talmente inzuppati che la trasparenza indicava bene le cose sotto la gonna una per una: vagina, pube, culo sfondato. No, non c'era nessun bisogno di immaginare niente. Erano lì, nella loro autentica trasparenza. Esistevano. Ecco, bastava toccarle, prenderle al volo. Stavano attaccate al mio corpo. Tette prensili, senza reggiseno.
E io mi sentivo una zoccola e basta. Avrei detto sì, ogni volta a ciascuno. Una zoccola infinita ero io. Sì, così mi sentivo io quella volta.
Il ristorante non pareva assai affollato. Mi indicarono uno spogliatoio sotto dove potevo cambiarmi i vestiti. Era nei pressi delle cucine. Lo chef mi regalò un fon e mi spiegò in un accento arabo che bisognava aspettare un poco che si asciugassero i vestiti. Rimasi in slip, davanti a lui. Erano piene di sborra le mutande, perché avevo scopato prima certi barboni, sotto un ponte. Il lavapiatti le odorò.
"E' sborra", disse stupito il lavapiatti.
"Oro all'oro... e sborra alla sborra" sentenziò con aria saggia lo chef. Si avvicinò l'aiuto chef, i portantini, i camerieri, i commis di sala, il maître.
Mi infilarono una carota nel culo, tanto per saggiarne la larghezza. E poi via via, zucchine, pere cotte e ortaggi vari. Mi leccavano e mi penetravano a turno.
Era un delirio di voci che si accatastavano nel cervello, si passavano parola, mi sussurravano cose irriferibili all'orecchio, mi rimestolavano come una pietanza puttana in bollore, buttata lì, nel pentolone.
Ero in bollore, sì, da cottura quasi. La mia troiaggine infinita stava sfiorando tutti i limiti, tutti i pori, tutti i peggiori record d’infedeltà coniugale. Mi contorcevo come una ossessa, e non perdevo mai colpi.
"Il ritmo prima di tutto", mi dicevo, "il ritmo".
"Avanti inculatemi senza posa", li incoraggiavo a rantoli di piacere.
Mio marito scese poco dopo, con l'amante ballerino della sera prima. Sentimmo tutti i tacchi nelle scale.
Mi vide lì con i capelli impigliati in quella foresta di cazzi duri. E rimase un po' perplesso, poi reagì con fair play. Tutti si fermarono all'istante. Nessuno sapeva cosa fare. C’era un lieve imbarazzo.
"Ora devi andare su, nel ristorante” ordinò mio marito “ infilarti sotto i tavoli, e sbocchinare i clienti uno per uno, hai capito?".
Tutti cominciarono a ridere. Ma lui restava serio. Il ballerino messicano col suo cazzo mi schiaffeggiava per farselo indurire. Poi mi sborrò, all’ultimo schiaffo.
“Solo così mi avrebbe perdonato” continuò lui, mio marito. Serio. Ecco cosa aggiunse poco dopo: “un tradimento, mia cara, lo si perdona solo con un tradimento più grande: cioè, una troiaggine all’ennesima potenza".
Era questa la sua teoria. E nessuno ora fiatava più. Lui sembrava fuori di sé.
Mi gettò una manata sul culo. E mi spintonò fin dentro la sala. E poi giù sotto i tavoli io, obbediente. Mi misi a lavorare con parecchia foga mi ricordo, su tutte quelle verghe di clienti seduti: li spompinavo piuttosto diligente, sotto i tavoli, senza farmi vedere in viso. Da scolara quasi perfetta, dieci e lode in cazzo duro... Io, ne acchiappavo due, tre alla volta, e ne bevevo tutta la sborra, finché poi passavo sotto altre tavolate.
E tutti facevano il tifo, i cori, mugolavano da animali. E io che rimanevo sempre al coperto, nessuno mi poteva vedere all'opera nascosta com’ero. Invece ne immaginavo bene a ogni leccata la smorfia impressa sulla faccia del cliente di turno. Arrivarono i sei buttafuori, e con certi spintoni tremendi nel culo si dilettarono anche loro all’impresa collettiva.
Ultimo venne il manager che mi tirò a sé, al centro della sala, e come in una pubblica esibizione; tirò fuori il suo serpente da addomesticare bene con la lingua. Ero una circense nata io, una zoccola acrobata infoiata, e ingrossavo questo bel serpente con la saliva e poi ne leccavo le palle fin sopra il glande.
Poi mi prese per i capelli, una volta che mi ebbe eiaculato dentro al naso; e visto che gli abiti erano già asciutti, mi disse un poco disgustato: "Rivestiti ora, brutta zoccola, non sono spettacoli da farsi questi nel mio ristorante rinomato".
E poi rivolto al ballerino messicano e a mia marito aggiunse: "portatela via, è una cagna schifosa che sbava sborra perfino dai capelli!"
Uscimmo. Camminavo a gambe aperte. Il culo mi bruciava. La fica spalancata dalle randellate.
E l'unica cosa che mi sentì dire da lui mentre eravamo in strada, fu questo, in tono becero: "Non fiatare puttana, ora che andiamo a casa, ti sistemo io a dovere".
“Anche io” disse il ballerino messicano.
E già non sembrava più quello della sera prima lui. Era diverso mio marito. A pensarci bene, neanche io ero la stessa della sera prima. Mentre camminavo, guardavo solo le vetrine di lingerie e tacevo. Sorridevo. E pensavo ai cazzi duri che mi avevano posseduta. E la lingerie, quella più troiesca ora mi eccitava, la volevo portare addosso per attirare una miriade di nerbi giganti. Avrei desiderato acquistarla questa lingerie, e farmi infilare un grosso dito nel culo, dal commesso cortese, e poi lasciarmi strisciare la carta di credito con cui avrei pagato, su e giù per la vulva spalancata.
"Ora che arriviamo a casa ti spaccherò il culo" mi disse lui quasi incattivito.
“Anche io” ripeté eccitato il ballerino messicano
"Va bene... d'accordo", risposi io in tono accogliente.
Mai ero stata più tranquilla”.
- E allora caro, cosa ne pensi… ti è piaciuto o no questo reading? Chiese mia moglie sorridendo curiosa.
E poi, senza neppure attendere risposta s’infilò il microfono tutto quanto, nella sua enorme bocca ingorda.

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