Reading
di John Fizz Akedo
- Caro, mi fai usare il tuo
cazzo come se fosse un microfono? Chiese
mia moglie.
- Ma per fare cosa…
- Un reading
- Un reading?
- Sì, voglio leggerti un racconto.
- Va bene, accetto.
Le appoggiai il mio grosso cazzo, bello
ritto sulla faccia, proprio a due passo
dalla bocca: lei se lo aggiustò ben
bene lievemente inclinato, come a un concerto
vero. Si inginocchiò, come per trovare
la posizione giusta, se lo sistemò
quasi vicinissimo. Aveva alcuni fogli in
mano: anzi, in una mano teneva il cazzo
e con l’altra reggeva i fogli. Era
un dattiloscritto mi ricordo. Mi rilassai
un poco, come per ascoltarla meglio.
“Ci risvegliammo la sera dopo –
cominciò a leggere mia moglie. E
ci rivestimmo per uscire.
Fuori cominciò a piovere di nuovo.
A dirotto. Ci toccò riparare nel
primo ristorante aperto. L'eccitazione continuava,
l'umore mi colava a rigagnoli giù
dalla fica, si dipanava proprio verso il
basso delle cosce. Si confondeva impercettibile
l’umore, sotto la pioggia a cascata.
Nel foyer i miei vestiti erano talmente
inzuppati che la trasparenza indicava bene
le cose sotto la gonna una per una: vagina,
pube, culo sfondato. No, non c'era nessun
bisogno di immaginare niente. Erano lì,
nella loro autentica trasparenza. Esistevano.
Ecco, bastava toccarle, prenderle al volo.
Stavano attaccate al mio corpo. Tette prensili,
senza reggiseno.
E io mi sentivo una zoccola e basta. Avrei
detto sì, ogni volta a ciascuno.
Una zoccola infinita ero io. Sì,
così mi sentivo io quella volta.
Il ristorante non pareva assai affollato.
Mi indicarono uno spogliatoio sotto dove
potevo cambiarmi i vestiti. Era nei pressi
delle cucine. Lo chef mi regalò un
fon e mi spiegò in un accento arabo
che bisognava aspettare un poco che si asciugassero
i vestiti. Rimasi in slip, davanti a lui.
Erano piene di sborra le mutande, perché
avevo scopato prima certi barboni, sotto
un ponte. Il lavapiatti le odorò.
"E' sborra", disse stupito il
lavapiatti.
"Oro all'oro... e sborra alla sborra"
sentenziò con aria saggia lo chef.
Si avvicinò l'aiuto chef, i portantini,
i camerieri, i commis di sala, il maître.
Mi infilarono una carota nel culo, tanto
per saggiarne la larghezza. E poi via via,
zucchine, pere cotte e ortaggi vari. Mi
leccavano e mi penetravano a turno.
Era un delirio di voci che si accatastavano
nel cervello, si passavano parola, mi sussurravano
cose irriferibili all'orecchio, mi rimestolavano
come una pietanza puttana in bollore, buttata
lì, nel pentolone.
Ero in bollore, sì, da cottura quasi.
La mia troiaggine infinita stava sfiorando
tutti i limiti, tutti i pori, tutti i peggiori
record d’infedeltà coniugale.
Mi contorcevo come una ossessa, e non perdevo
mai colpi.
"Il ritmo prima di tutto", mi
dicevo, "il ritmo".
"Avanti inculatemi senza posa",
li incoraggiavo a rantoli di piacere.
Mio marito scese poco dopo, con l'amante
ballerino della sera prima. Sentimmo tutti
i tacchi nelle scale.
Mi vide lì con i capelli impigliati
in quella foresta di cazzi duri. E rimase
un po' perplesso, poi reagì con fair
play. Tutti si fermarono all'istante. Nessuno
sapeva cosa fare. C’era un lieve imbarazzo.
"Ora devi andare su, nel ristorante”
ordinò mio marito “ infilarti
sotto i tavoli, e sbocchinare i clienti
uno per uno, hai capito?".
Tutti cominciarono a ridere. Ma lui restava
serio. Il ballerino messicano col suo cazzo
mi schiaffeggiava per farselo indurire.
Poi mi sborrò, all’ultimo schiaffo.
“Solo così mi avrebbe perdonato”
continuò lui, mio marito. Serio.
Ecco cosa aggiunse poco dopo: “un
tradimento, mia cara, lo si perdona solo
con un tradimento più grande: cioè,
una troiaggine all’ennesima potenza".
Era questa la sua teoria. E nessuno ora
fiatava più. Lui sembrava fuori di
sé.
Mi gettò una manata sul culo. E mi
spintonò fin dentro la sala. E poi
giù sotto i tavoli io, obbediente.
Mi misi a lavorare con parecchia foga mi
ricordo, su tutte quelle verghe di clienti
seduti: li spompinavo piuttosto diligente,
sotto i tavoli, senza farmi vedere in viso.
Da scolara quasi perfetta, dieci e lode
in cazzo duro... Io, ne acchiappavo due,
tre alla volta, e ne bevevo tutta la sborra,
finché poi passavo sotto altre tavolate.
E tutti facevano il tifo, i cori, mugolavano
da animali. E io che rimanevo sempre al
coperto, nessuno mi poteva vedere all'opera
nascosta com’ero. Invece ne immaginavo
bene a ogni leccata la smorfia impressa
sulla faccia del cliente di turno. Arrivarono
i sei buttafuori, e con certi spintoni tremendi
nel culo si dilettarono anche loro all’impresa
collettiva.
Ultimo venne il manager che mi tirò
a sé, al centro della sala, e come
in una pubblica esibizione; tirò
fuori il suo serpente da addomesticare bene
con la lingua. Ero una circense nata io,
una zoccola acrobata infoiata, e ingrossavo
questo bel serpente con la saliva e poi
ne leccavo le palle fin sopra il glande.
Poi mi prese per i capelli, una volta che
mi ebbe eiaculato dentro al naso; e visto
che gli abiti erano già asciutti,
mi disse un poco disgustato: "Rivestiti
ora, brutta zoccola, non sono spettacoli
da farsi questi nel mio ristorante rinomato".
E poi rivolto al ballerino messicano e a
mia marito aggiunse: "portatela via,
è una cagna schifosa che sbava sborra
perfino dai capelli!"
Uscimmo. Camminavo a gambe aperte. Il culo
mi bruciava. La fica spalancata dalle randellate.
E l'unica cosa che mi sentì dire
da lui mentre eravamo in strada, fu questo,
in tono becero: "Non fiatare puttana,
ora che andiamo a casa, ti sistemo io a
dovere".
“Anche io” disse il ballerino
messicano.
E già non sembrava più quello
della sera prima lui. Era diverso mio marito.
A pensarci bene, neanche io ero la stessa
della sera prima. Mentre camminavo, guardavo
solo le vetrine di lingerie e tacevo. Sorridevo.
E pensavo ai cazzi duri che mi avevano posseduta.
E la lingerie, quella più troiesca
ora mi eccitava, la volevo portare addosso
per attirare una miriade di nerbi giganti.
Avrei desiderato acquistarla questa lingerie,
e farmi infilare un grosso dito nel culo,
dal commesso cortese, e poi lasciarmi strisciare
la carta di credito con cui avrei pagato,
su e giù per la vulva spalancata.
"Ora che arriviamo a casa ti spaccherò
il culo" mi disse lui quasi incattivito.
“Anche io” ripeté eccitato
il ballerino messicano
"Va bene... d'accordo", risposi
io in tono accogliente.
Mai ero stata più tranquilla”.
- E allora caro, cosa ne pensi… ti
è piaciuto o no questo reading? Chiese
mia moglie sorridendo curiosa.
E poi, senza neppure attendere risposta
s’infilò il microfono tutto
quanto, nella sua enorme bocca ingorda. |