Schiava, chiava!
di Marco Barazzi
Chiara è una puledra
appena diciottenne che mi ispira al solo
guardarla il desiderio di scoparmela selvaggiamente,
ma che sino a qualche giorno fa si limitava
a dirmi romanticamente:
"ti amo!", "mi ami?";
non proferiva mai espressioni più
realistiche che dicono pane al pane e vino
al vino, né tanto meno quelle "sconcezze"
che sono il sale (o meglio: il pepe) dell'amore.
Tra le lenzuola, comunque, è una
bomba: insaziabilmente vorace di cazzo,
esperta pompinara, disponibile a lasciarsi
sfondare il culo ogni volta che glielo chiedi.
Insomma: troia sino al midollo osseo; ma
guai se glielo dicevi, neppure per scherzo...
Da una settimana, però, non è
più così:
Chiara ha subìto una piacevole metamorfosi,
che l'ha convinta a superare ogni ipocrita
inibizione.
Stavamo a letto e come al solito io la stavo
sapientemente eccitando con qualche massaggio
tra le gambe, insinuando le dita nella sua
fregna perennemente umida.
Lei mi baciava sul collo e sul torace, con
colpi rapidi di lingua e piccoli morsi che
mi facevano provare i brividi della libidine.
Mi venne la felice idea di farla spazientire:
avrebbe voluto essere chiavata subito, con
foga, mentre dolci parole d'amore avrebbero
dovuto ritmare come al solito il sali e
scendi dei suoi glutei sul mio cazzo.
Ma io rimasi muto e... fermo: le feci intuire
che quella volta avrebbe dovuto meritarsi
la sua razione quotidiana di godimento.
Lei non sapeva come fare a sbloccarmi e
infine, in preda all'eccitazione, giunse
a implorarmi:
"Voglio essere la tua schiava, fammi
tutto quello che vuoi".
L'afferrai dolcemente per i lunghi riccioli
neri e le chiesi se si rendeva conto di
quello che stava dicendo.
Lei, sempre più infoiata, confermò
la sua disponibilità a ridursi in
mia completa schiavitù.
Le dissi che ad un padrone tutto è
permesso nei confronti della sua schiava:
avrei potuto dirle e farle quello che desideravo;
avrei, soprattutto, costringerla a dire
e a fare anche ciò che lei non voleva.
Chiara, maliziosamente incuriosita, annuì.
E io, allora, la presi in parola.
La strattonai per i capelli, stavolta con
violenza, e le dissi con tono perentorio
che era una porca.
Poi la costrinsi ad ammettere che era la
mia troia: le parole stentavano ad uscirle
di bocca, ma appena l'addossai al muro allargandole
le cosce e puntando la mia cappella turgida
sulla sua fica, si lasciò andare:
"Sì, sono una troia, voglio
essere la tua puttana, trattami come una
schiava, mi sento una porca in calore".
La penetrai con forza, mentre finalmente
mi sfogavo anche verbalmente:
"Sì, sei una gran porca; voglio
sfondarti, troia".
E lei: "Sì sfondami, padrone,
sono la tua schiava".
Ed io: "Sei la mia schiava? E allora
chiava!".
Chiavammo a lungo, tra mugolii orgasmici
e reciproci complimenti osceni.
Fu una scopata estenuante e... sincera:
finalmente io potevo dire ad alta voce quello
che pensavo di lei ogni volta che facevamo
l'amore, e lei si sentiva libera, salutarmente
disinibita, sapendo che io la desidero proprio
perché lei è una gran troia.
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