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Usa la lingua. Lecca, succhia, esplora: puttana!

di Rossacuore

Sole, mare, il vento che scompiglia i miei capelli, l’acqua freddissima che mi avvolge i piedi, la sabbia umida che mi si appiccica sotto le piante dei piedi, i miei jeans piegati a lasciar scoperte le caviglie…le scarpe in mano, e il mio cane che corre a perdifiato li dove i gabbiani toccano terra.

E’ fine settembre, e le spiagge sono tutte vuote.

Ombrelloni e sdraio tolte da tempo, solo un immensa discesa di sabbia dorata.

Il mare è mosso, il vento alza i miei capelli fulvi sbattendomeli dinnanzi la faccia.

La camicetta bianca che porto, lascia poco all’immaginazione se sei senza reggiseno e hai un seno abbondante con capezzoli scuri.

La villetta di mia madre era proprio sul mare, e quel week-end ero da sola afflitta nel mio dolore.

Erano passati 3 mesi soltanto dal mio divorzio, un matrimonio fallito alle spalle, ti porta tanta tristezza e tanti sensi di colpa.

Ma io e Carlo il mio ex marito, sposati da 8 anni, sembravamo davvero due estranei, troppo diversi, 2 mondi distanti che trovavano accordo solo in un letto. Poi peggiorò anche la vita sessuale, troppo egoista divenne, troppo lontano, e allora di comune accordo ci separammo.

Non lo amo più, ma fa male…alla veranda età di 35 anni, ti ritrovi sola, senza un bel niente di fatto.

Nemmeno un figlio che ti possa risollevare…..che ti possa assorbire così tanto da non farti del male…

Camminavo assorta in questi pensieri, quando alzando lo sguardo dinnanzi a me, non vidi più il mio cane.

Mi fermai, guardandomi intorno, ma di York nessuna traccia, un bel meticcio nero simile ad un pastore belga, svanito nel nulla.

Guardai angosciata verso il mare, ma nell’acqua non cera…cominciai a chiamarlo per nome, facendo lunghi fischi di richiamo…..niente.

Cominciai a respirare affannosamente, e se prima camminavo adesso correvo in direzione del porto.

Ogni tanto mi fermavo e gridavo il suo nome, guardavo le varie entrate degli stabilimenti, ma York non è quel tipo di cane che scappa e mi abbandona su due piedi, per correre in strada…

Arrivai nella zona verde, dove villette a due piani si mescolano tra la pineta verde, la sabbia dorata, e il mare dinnanzi.

Erano tutte chiuse, sbarrate da cancelli in ferro battuto, e grate a porte e finestre.

Pensai che forse il mio cane si fosse addentrato nella pineta…

Erano quasi le 18.00 e il sole stava calando con un bel tramonto rosso fuoco nell’immensa discesa d’acqua dietro le mie spalle.

Non mi preoccupai del fatto che forse a quell’ora addentrarsi dentro ad una pineta poteva essere pericoloso, cera di mezzo il mio cane, che per me era come un figlio.

Mi rimisi le scarpe ai piedi, e senza pensarci 2 volte, scavalcai il muro di cinta, alto non più di un metro, che York avrebbe potuto saltare senza fatica.

L’odore acre e pungente della resina mi invase le narici facendomi tornare con la mente indietro con gli anni a quando bambina andavo li in cerca di pinoli.

Il sole era sparito, e lentamente la sera stava avvolgendo nel buio più totale quella pineta.

Ma non mi fermai, anzi mi addentrai sempre più all’interno gridando il nome del mio cane.

Mi fermai un istante per riprendere fiato, un rumore di passi dietro le mie spalle, mi fece sbalzare il cuore in gola, e pensando che forse era York mi girai.

Ma non era il mio cane.

Un uomo in tenuta ginnica, mi passò accanto, era scuro di capelli, fisico possente ma non palestrato, poteva avere dai 30 ai 40 anni, non lo vidi in viso perché l’oscurità me lo impediva.

Era intento a fare footing, e mi passò vicino senza nemmeno alzare lo sguardo.

Lo fermai, e chiesi se aveva visto un cane, e mentre mi accingevo a descrivere York, lui mi sbatte contro il tronco del pino dietro le mie spalle.

I suoi occhi, scuri e pieni di disprezzo incontrarono i miei verdi e spaventati.

Mi disse che sapeva benissimo cosa facevo li, e che non cera bisogno di inventarsi scuse di animali persi.

Mentre mi parlava, la sua mano era sul mio collo, e la sua gamba muscolosa si era insinuata in mezzo alle mie gambe.

Il tronco ruvido mi stava entrando nella pelle dietro la schiena, non riuscivo a parlare, ero terrorizzata.

E quando lui continuò con il suo disprezzo, io stavo quasi svenendo.

Lo sentivo mentre sbraitava ad un centimetro dalla mia faccia dicendo che donne come me, meritavano una lezione, che puttane in quel posto non dovevano esserci.

La sua possente mano allentò la presa sul collo, ero pronta a chiarire l’equivoco appena mi tornava un po’ di fiato, ma lui non aspettò, mi staccò dall’albero e mi spinse verso la terra dove una miriade di aghi di pino mi accolse

pungendomi le braccia, le gambe, e anche il seno.

Lo sentii armeggiare con i suoi pantaloni, terrorizzata cercai di alzarmi per scappare, ma lui mi prese per i capelli, tirandoli finche la mia faccia non fu ad un centimetro dal suo cazzo.

In ginocchio dinanzi a lui, quasi a supplicarlo di non farlo, che si era sbagliato, che non ero una puttana, ma ero davvero in cerca del mio cane.

Lui rise, e sprezzante.

Lo poggiò sulle mie labbra, sentivo la cappella calda e rigonfia strofinarsi e lui che diceva o apri la bocca, o ti metto subito a 4 zampe e ti impalo.

Aprii la bocca, e con una spinta violenta entrò, cominciai a lubrificarlo con la saliva, lui aspettò un poco poi cominciò a scoparmi in bocca, su e giù dicendomi di pompare, e di fargli sentire la gola.

Le sue mani attaccate ai miei capelli, mi davano il ritmo, mentre gemeva e mi diceva cose oscene tipo te lo faccio mangiare troia.

Cominciai a succhiarlo più veloce…lui mi spingeva la faccia sempre più verso il suo cazzo che avevo tutto in bocca, si poggiò al tronco dell’albero dicendo "eccomi troia Ingoia tutto". Il suo liquido caldo mi invase la gola, volevo vomitare, ma non ne avevo la possibilità, chiusi gli occhi inondati di lacrime, e ingoiai.

Non uscì dalla mia bocca nemmeno dopo che fu venuto, cominciò a palparmi il seno sotto la camicia, strinse i miei capezzoli, che erano turgidi.

Mi disse di ciucciare fino a farglielo diventare di nuovo duro.

“Usa la lingua, lecca, succhia, esplora, puttana, e sbrigati che voglio incularti a dovere.”

Avevo già avuto rapporti anali con mio marito, ma non mi erano mai piaciuti pensai, Carlo veniva sempre prima di me per poi lasciarmi esausta e senza aver goduto sul letto.

Giocai con la sua cappella grossa leccando e lubrificando il più possibile quell’enorme cazzo altrimenti mi avrebbe fatto male.

Era di nuovo in tiro, ma non smetteva di spingermi con una mano la testa verso il suo cazzo, e con l’altra tirava il mio capezzolo sinistro.

Mi faceva male, ma non smetteva, stavo quasi per ritrarmi, quando lui disse che ero pronta per essere montata.

Si alzò senza preavviso, avevo ancora il suo cazzo in bocca.

Lascialo troia e alzati mi disse.

Mi alzai, lui disse :”Togli questa camicetta, voglio mungerti a dovere vacca.

Esitai quel tanto che bastò per farlo imbestialire, mi tolse la camicetta spalancandola e facendo saltare tutti i bottoni.

I miei seni abbondanti erano li senza reggiseno, i capezzoli erano duri, e quando la mano di lui raggiunse il bottone dei miei jeans, facendo saltare anche questo fremetti, ero bagnata, anzi sentivo le mutandine invase dal mio umore, sentii la sua mano entrare nei miei jeans nel mio perizoma, accarezzare il pelo, e scendere verso il clitoride lo sfiorò scendendo sempre più giù.

Mi poggiai con le mani sulle sue possenti spalle e d’istinto divaricai di più le gambe.

Lui rise, mentre tre delle sue dita penetravano nella mia figa umida.

Ansimai, accorgendomi che il mio bacino assecondava l’entrare e l’uscire di quelle dita.

Lui continuò voltandomi in modo che la mia schiena poggiasse sul suo torace possente, e mentre la mano continuava a torturarmi l’interno della vagina, con l’altra mi prese il seno destro e cominciò a massaggiarlo, tirando il capezzolo duro.

“troia succhia la mia lingua” mi disse.

Voltai la testa quel tanto che bastava per sentire la sua lingua leccare le mie labbra, le socchiusi, e lui mi penetrò, succhiai la sua lingua ingoiando la sua saliva.

Non capivo più niente, quell’uomo così rude mi eccitava, si mi eccitava come mi trattava, mi eccitava ciò che mi diceva, ero ancora intenta a succhiare la sua lingua, e a godere per l’ennesima volta con le sue dita, che non mi accorsi dei jeans abbassati, finché non sentii il suo cazzo premere sul mio culetto.

Lasciò la mia bocca, tolse la mano dalla mia figa, e piegandomi la schiena a 90 gradi, sfiorò con la cappella il mio buchetto, la passava sulla mia figa bagnata e poi la strofinava sul buchetto del mio culo.

Lo fece due o forse tre volte, poi di colpo mi penetrò.

Lanciai un urlo, mentre lui rimase immobile.

Mi disse di piegare le ginocchia, di mettermi a 4 zampe, così feci, e solo dopo un po’ prendendomi per i fianchi cominciò a muoversi.

Entrava e usciva, sentivo la sua cappella ruvida, la sua lunghezza, e ogni volta spingeva sempre più profondamente fino a farmi sentire le sue palle sbattere sulle mie chiappe..

Ebbi un brivido che mi feci la pipi addosso, mentre un calore nuovo mi imporporava le guance, scendendo fino all’addome.

Stava per venire mi disse, e avrebbe voluto che bevesi la sua sborra.

Non volevo che si toglieva da li, era troppo bello, cominciai a muovere il mio culetto verso il suo cazzo, lo sentii imprecare e proprio mentre mi veniva nel culo, venni anche io, urlando come una forsennata.

Ero sfinita e ansante, ma per la prima volta in vita mia, mi sentivo appagata.

L’uomo, era di spalle vicino l’albero, cominciai a rivestirmi alla meno peggio, e mentre ero intenta a tirare su la zip dei jeans, sentii un guaito dietro le mie spalle.

Spalancai gli occhi e York era li di fronte a me, si accucciò tutto perché si sentiva in colpa, lo carezzai parlandogli a bassa voce, rassicurandolo che andava tutto bene.

L’uomo si girò in quell’istante, i nostri sguardi rimasero allacciati per un bel po’, poi lui si mosse per andarsene, lo seguii con lo sguardo e quando arrivo ad una certa distanza, (quella di sicurezza) gli dissi: “mi piacerebbe incontrarti di nuovo, magari alla luce del giorno, e davanti a un bel bicchiere di vino”.

Lui non rispose, ma anche nel buio, sapevo che aveva sorriso.

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